La scarsità organizzata: vivere in Romania negli anni ’80
C’erano anni, in Romania, in cui un panetto di sapone bastava a segnare la differenza tra miseria e dignità, e un flacone di profumo custodiva il sogno di una vita più umana. In quel contesto di privazioni sistematiche, i viaggi in Bulgaria durante il comunismo divennero per molti una via di fuga, discreta ma vitale, dalle sabbie mobili dell’austerità imposta.
Era il tempo del comunismo tardo, gli anni ’80, quando la pianificazione economica statale si traduceva in un assedio quotidiano, e l’esistenza era scandita più dall’assenza che dalla presenza: scaffali vuoti, tessere annonarie, file silenziose davanti ai negozi in attesa di un nulla. Lavarsi, nutrirsi, riscaldarsi — ogni gesto ordinario diventava esercizio di resistenza.
Ceaușescu, ossessionato dall’indipendenza economica, aveva deciso di estinguere ogni debito contratto con l’Occidente, trasformando il Paese in una distopia autarchica dove il sacrificio non era più eccezione, ma norma quotidiana. In quel paesaggio stremato, varcare il confine verso la Bulgaria non era solo una trasferta: era una piccola vittoria sulla penuria organizzata.
Un confine che profumava di libertà
Le città erano immerse in un grigiore fisico e morale, in cui la scarsità di energia, cibo, beni primari, si sposava con una sorveglianza onnipresente, una diffidenza istituzionalizzata che scavava anche tra le mura domestiche. Eppure, in quel mondo chiuso, qualcosa filtrava. Non luce, ma odore. Un profumo. Ed era proprio l’odore della Bulgaria a rappresentare, per molti di noi, la possibilità di una breccia nell’assedio. Sì, la Bulgaria. Anche lei comunista, certo, ma con negozi aperti, scaffali riforniti, saponi profumati, shampoo colorati, essenze di rosa che promettevano, se non la libertà, almeno la cura di sé.
Preparativi clandestini per un viaggio legale
Fu così che nacquero i nostri viaggi — viaggi improvvisati, ma pianificati con cura quasi clandestina. Viaggi autorizzati, sì, perché organizzati dal sindacato della fabbrica, ma sempre sotto lo sguardo vigile del Partito e dei suoi agenti. Bastava uno sguardo fuori posto, una battuta detta ad alta voce nel pullman, e ci si poteva ritrovare fuori dalle liste future. Ma a noi non importava.

Il viaggio cominciava molto prima di salire sul pullman. Dovevamo procurarci valuta. Il cambio ufficiale era limitato, irrisorio. Il mercato nero diventava allora il vero sportello bancario: qualche dollaro, qualche marco tedesco, tenuto nascosto in tasche segrete, passava di mano in mano con il rispetto che si deve alle reliquie.
Veliko Tarnovo: la città dei saponi e dei segreti
Appena arrivati in città, ci dividevamo in piccoli gruppi, quasi per istinto di sopravvivenza. I commercianti bulgari non amavano i gruppi numerosi. Troppo caos, troppe richieste, troppi rischi. Il singolo cliente, meglio se gentile, magari sorridente, era più facile da gestire, più incline a concludere affari rapidi.
Per questo ci sparpagliavamo per le vie di Veliko Tarnovo, ognuno con la sua lista di desideri e con la speranza di riuscire, nel poco tempo a disposizione, a trovare quello che cercava.
La rosa che resisteva: essenze, profumi e memorie
Ma il vero problema era orientarsi. Le insegne erano scritte in cirillico. Chi aveva studiato il russo a scuola si sentiva, per una volta, avvantaggiato. Leggere un’insegna, decifrare una via, riconoscere un nome diventava un superpotere. E poi c’era la lingua: nessuno parlava bulgaro. Improvvisavamo con gesti, sorrisi, qualche parola d’inglese, qualche foglietto con frasi appuntate da un dizionario tascabile rumeno-bulgaro.
Cosa compravamo? Cose semplici, in apparenza. Saponi LUX, FA, Rexona, shampoo, deodoranti. Ma in quel contesto, erano come oggetti magici. E poi c’erano i flaconcini di essenza di rosa, distillato della Valle delle Rose, quel territorio incantato ai piedi dei Balcani dove i petali diventano oro liquido.
Sigarette e tangenti: quando il lusso diventava moneta
Ma non c’era solo la vanità. C’erano anche le necessità più cupe, quelle che si insinuano nei meandri della sopravvivenza. Le sigarette KENT, ad esempio. Non erano solo un vizio, erano una valuta parallela. Un pacchetto poteva aprire qualsiasi porta: ottenere un certificato medico, passare indenni un controllo della polizia, sbloccare una pratica burocratica. Le KENT erano la moneta del compromesso, della trattativa silenziosa con un sistema corrotto fino al midollo.
Un pollo arrosto come banchetto regale
Ricordo bene anche il momento del pranzo. Dopo ore a girare, a mercanteggiare, a cercare saponi come se fossero diamanti, io e due amici entrammo in una piccola trattoria.

Ordinammo pollo arrosto con contorno e una birra. Era semplice, ma fu un banchetto regale. L’odore del pollo, il gusto pieno della birra, il calore del locale — tutto era impregnato di quella bellezza effimera che solo la fame sa riconoscere.
Il ritorno: la frontiera e le borse gonfie di speranza
Al ritorno, il pullman sembrava un bazar viaggiante. Borse gonfie, pacchi nascosti nei doppifondi, tra i sedili, nei portabagagli segreti. Si parlava a bassa voce, si rideva nervosamente. Ognuno sapeva che alla frontiera bastava un controllo troppo zelante per far crollare tutto. Ma, quasi sempre, il passaggio avveniva senza intoppi.
La Bulgaria gentile, la Romania affamata
A quei tempi i Rumeni si congratulavano con i Bulgari, per avere come presidente Todor Jivkov, il “dittatore gentile”. In Romania, invece, si viveva in una distopia alimentare: tutto era razionato, anche il pane, che spettava in dose fissa di 300 grammi al giorno per persona. I negozi erano vuoti. Per questo, in quelle “gite” non c’era nulla di frivolo: erano spedizioni di sopravvivenza.
Il cucito, i profumi e la gioia di mia madre
E poi, una volta a casa, c’era la gioia di condividere. Mia madre era felice.

Scelse i prodotti migliori per sé, vendette gli altri alle colleghe, nel grande capannone della fabbrica dove lavorava. Quel reparto si chiamava “Al Cucito”, ed era un universo femminile fatto di pazienza, aghi, tessuti e parole sussurrate. I suoi occhi brillavano quando riceveva quei regali. Non era solo la merce in sé: era la sensazione di esistere ancora come donna, come essere umano degno di cura.
Due gocce dietro le orecchie: un contrabbando di umanità
Ogni viaggio in Bulgaria durante il comunismo era, in fondo, un piccolo contrabbando di dignità. Non si trattava soltanto di portare a casa qualche flacone di profumo o una stecca di sigarette, ma di recuperare, anche solo per un giorno, il diritto al superfluo — che poi, in certe stagioni della vita e della storia, è tutt’altro che superfluo.
Tornavamo con le borse piene di saponi che profumavano d’Oriente, di shampoo dai colori vivaci, di deodoranti, di piccole fialette di essenza di rosa custodite come reliquie; tornavamo anche con pacchetti di KENT, quei bastoncini di tabacco che erano diventati, in Romania, il passe-partout per aggirare ogni ostacolo burocratico. Ma soprattutto tornavamo con una consapevolezza nuova — che anche sotto una dittatura, anche nel cuore ottuso e grigio di un sistema che mortifica il corpo e atrofizza i desideri, si può ancora respirare. Si può ancora esistere.
Era come se, attraverso quelle merci profumate, si recuperasse un senso di umanità perduta. Un sapone al gelsomino non era soltanto un oggetto utile: era il profumo di una possibilità, la promessa che la vita poteva, in qualche forma, ancora essere bella. E forse, sì, bastava davvero quell’aroma tenue di rosa — venuto da un altro paese, da un altro orizzonte — per coprire, almeno per un po’, l’odore stantio della privazione, della rinuncia forzata, dell’umiliazione quotidiana. Bastava per ricordarci chi eravamo, o almeno chi non volevamo smettere di essere.
Perché anche nella sopravvivenza c’è spazio per la bellezza, anche nei tempi peggiori si può ancora scegliere — se non la libertà, almeno il modo in cui resistere.








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