Quando ripenso agli anni trascorsi fra Italia e Romania, mi accorgo che molti avvenimenti che allora sembravano enormi hanno assunto, con il tempo, la calma delle cose ormai lontane. In quegli anni avevamo ancora un progetto preciso: tornare a vivere in Romania e ricominciare lì, un giorno, la nostra vita familiare.
Non era soltanto un desiderio. Stavamo preparando concretamente quel ritorno, convinti che il nostro futuro ci avrebbe riportati nel Paese dal quale eravamo partiti. Eppure, mentre facevamo progetti e cercavamo di costruire qualche certezza, la vita procedeva silenziosamente in un’altra direzione.
Solo con il tempo ho capito che quelle esperienze, semplici o difficili, stavano tracciando un percorso che allora non riuscivamo ancora a vedere. Alcune ci hanno fatto soffrire, altre ci hanno dato speranza; molte hanno prodotto conseguenze che avremmo compreso soltanto anni dopo. È forse questo uno dei paradossi della vita: mentre la viviamo siamo troppo impegnati ad affrontarla per capire davvero dove ci sta portando.
Il sogno di tornare a vivere in Romania
L’estate del 2002 fu importante anche per una ragione apparentemente modesta: per la prima volta tornammo in Romania con una nostra automobile. Per gran parte della mia giovinezza, trascorsa sotto il regime comunista, possedere una macchina era quasi un lusso. In Italia avevo invece scoperto che poteva essere uno strumento quotidiano, quasi indispensabile. Quell’estate ne comprendemmo concretamente il valore. Potevamo muoverci liberamente, visitare parenti e amici, partecipare a feste, portare con noi mio padre o i miei suoceri. La macchina era diventata una piccola stanza mobile della famiglia, uno spazio di libertà che allora ci dava una soddisfazione difficile da spiegare oggi.
Il nostro ritorno in Romania era sempre accompagnato da visite, inviti e tavolate. Una delle prime cose che facemmo fu far benedire la nuova automobile, secondo un’usanza ancora molto sentita dalle nostre parti.

Poco dopo io e Mirela diventammo padrini di mia sorella e di mio cognato, che avevano deciso di celebrare ufficialmente il loro matrimonio, sia in municipio sia in chiesa. Intorno a noi si alternavano feste, incontri e parenti che desideravano mostrarci le case sistemate, le cose costruite, i cambiamenti avvenuti durante la nostra assenza.
Una casa in Romania per il nostro futuro
Ma quelle vacanze avevano anche uno scopo concreto. Qualche anno prima avevamo acquistato una casa indipendente che pensavamo di ristrutturare per farne, un giorno, la nostra abitazione definitiva in Romania. Immaginavamo di tornare dopo alcuni anni, quando Alex avrebbe terminato le scuole medie, e di ricominciare lì una vita normale. Avevamo fatto preparare un progetto da un geometra, pensato agli impianti, agli infissi, al tetto, agli interni e agli esterni. Ogni estate compravamo parte dei materiali necessari: prima un intero camion di legname, poi ferro, tubi, lamiere, bulloni, serrature e tutto ciò che sarebbe servito per recinzioni, cancelli e lavori futuri. Comprarli in anticipo ci sembrava anche un investimento, perché i prezzi aumentavano di anno in anno.
Mentre progettavamo il ritorno, nostro figlio cresceva in Italia
Quella casa rappresentava molto più di un edificio. Era il luogo nel quale immaginavamo di invecchiare. Eppure, proprio mentre accumulavamo materiali e progetti, la casa vuota cominciava a deteriorarsi. Gli inverni rigidi, le gelate, l’umidità e le estati calde danneggiavano muri e strutture. Le tubature metalliche scoppiarono, provocando allagamenti; il pavimento in legno si rovinò; i camini in muratura cominciarono a cadere a pezzi, danneggiando anche il tetto in lamiera. Ogni anno trovavamo qualche nuova brutta sorpresa. Più tardi avremmo finito per venderla, rinunciando a quel sogno. Non solo per i costi della ristrutturazione, ma perché nel frattempo Alex cresceva, studiava bene, si sentiva italiano nella vita quotidiana e non voleva tornare a vivere in Romania. Noi avevamo immaginato il ritorno; lui, senza saperlo, stava costruendo altrove il proprio futuro.
Tra famiglia, lavoro e continui ritorni in Romania
Rientrati in Italia nell’autunno del 2002, riprendemmo il ritmo consueto: Alex a scuola, Mirela al lavoro, io al mio impiego. Poco dopo venne a trovarci mia suocera, al suo primo viaggio all’estero.

Rimase poco meno di tre settimane. Cercammo di mostrarle la nostra vita: Bergamo, la Città Alta, gli amici italiani, feste e picnic. Più che farle vedere dei luoghi, volevamo farle capire che in quel Paese lontano avevamo costruito una quotidianità vera. Tornò in Romania contenta, e per noi quella sua serenità fu una soddisfazione profonda.
Nel 2003 anche una nostra nipote e mia sorella provarono a cercare lavoro in Italia. Lavorarono in nero, in piccole aziende che assumevano quando avevano bisogno di più personale e lasciavano a casa i lavoratori appena diminuivano gli ordini. Le loro esperienze durarono alcuni mesi, ma nessuna delle due trovò la stabilità che sperava. Alla fine tornarono in Romania, dove avrebbero poi continuato il proprio percorso professionale. La loro esperienza italiana rimase una parentesi.
Nel frattempo io lavoravo come assemblatore meccanico in una piccola azienda elettromeccanica che produceva sottoassiemi per l’industria automobilistica. Era un lavoro preciso e impegnativo: cavi, componenti elettrici, profili metallici, rivetti, bulloni, trapani, avvitatori, strumenti di misura. Il ritmo era sostenuto e i contratti venivano rinnovati ogni pochi mesi. Pur essendo un’attività vicina alla mia formazione di perito meccanico, non mi vedevo lì per molti anni. Alla fine del 2003, quando i titolari mi proposero un nuovo rinnovo, decisi di non accettare. Cercavo qualcosa che mi restituisse non solo uno stipendio, ma anche una prospettiva.
Durante l’estate del 2003 tornammo ancora una volta in Romania. Come sempre trovammo i parenti ad aspettarci e, nel cortile dei miei suoceri, il grande tavolone venne montato e riempito di pietanze tradizionali e del vino che mio suocero conservava apposta per noi.

Quei pranzi duravano ore e cercavano di recuperare in pochi giorni tutto ciò che la distanza aveva sottratto durante l’anno. Alex era sempre al centro dell’attenzione: tutti notavano quanto fosse cresciuto, mentre io e Mirela, vedendolo ogni giorno, quasi non ce ne accorgevamo.
Mio padre in Italia: un sogno realizzato
Fu in quelle settimane che convinsi mio padre a venire con noi in Italia. Per lui sarebbe stato il primo e unico viaggio all’estero. Lo portammo a Casteggio, dove poté conoscere la signora Luisa, che ci aveva aiutato negli anni difficili, e poi a Milano, a San Siro, per assistere a Milan-Bologna. Mio padre amava il calcio da sempre, aveva giocato da giovane, tifava per il Textila Buhuși e per la Dinamo Bacău ed era un accanito giocatore del Totocalcio. Vedere il Milan dal vivo e lo stadio Giuseppe Meazza fu per lui la realizzazione di un sogno. Dopo pochi giorni, però, la nostalgia della sua casa, dell’orto e delle galline diventò troppo forte e volle tornare a Buhuși.
Quella visita mi fece riflettere anche sul rapporto con i nostri genitori. Arriva un momento in cui i ruoli quasi si capovolgono: dopo essere stati accompagnati e protetti per anni, siamo noi figli a poter offrire loro qualche gioia. Sentivo tuttavia che ciò che facevamo era poco rispetto ai loro sacrifici. Il rammarico più doloroso riguardava mia madre, morta nel dicembre del 1993: non avevo potuto mostrarle nulla della vita che, con tanta fatica, saremmo riusciti a costruire in Italia. Negli anni successivi avremmo cercato di fare qualcosa in più per i genitori rimasti, sempre con gratitudine, amore e rispetto.
Finalmente un lavoro stabile in Italia
All’inizio del 2004 Alex compì dieci anni e io ripresi a cercare lavoro, questa volta rivolgendomi anche al Centro per l’Impiego. Alla fine di gennaio mi proposero un posto in un’azienda metalmeccanica di Pontida come tornitore su macchine CNC. Era finalmente qualcosa che si avvicinava davvero alla mia formazione: disegno tecnico, materiali, micrometri, tolleranze, controlli dimensionali. Il 2 febbraio iniziai con un contratto a tempo pieno e, soprattutto, a tempo indeterminato.
Le prime settimane furono difficili. Dovevo riabituarmi a un mondo tecnico che conoscevo bene ma che avevo lasciato molti anni prima. I programmi delle macchine venivano preparati centralmente, mentre io dovevo controllare la produzione, le dimensioni dei pezzi, gli utensili, le placchette in Widia, apportare correzioni ai parametri e seguire un ritmo produttivo molto intenso. Prima un tornio, poi due.

Le macchine lavoravano quasi senza fermarsi e l’attenzione doveva restare sempre alta. Era stressante, ma a fine mese lo stipendio ripagava almeno in parte la fatica. Anche Mirela lavorava stabilmente e, dopo tanti anni di incertezza, cominciavamo finalmente a sentirci economicamente più tranquilli.
Nostro figlio stava costruendo il suo futuro in Italia
La soddisfazione più grande, però, rimaneva Alex. A scuola otteneva ottimi risultati e durante le riunioni le maestre lo indicavano spesso tra gli alunni meritevoli. Io non mancavo mai a quegli incontri. Forse perché sapevo, meglio di lui, quanto fosse preziosa l’occasione che aveva davanti. La sua crescita rendeva sempre più evidente una verità che noi genitori faticavamo ancora ad ammettere: mentre continuavamo a pensare alla Romania come al luogo del ritorno, per nostro figlio il futuro prendeva ormai forma in Italia.
Nell’agosto del 2004 tornammo ancora una volta in Romania. Prima della partenza feci controllare accuratamente la macchina: in poco più di due settimane avremmo percorso tra i 4.500 e i 5.000 chilometri. Quell’anno scegliemmo il percorso attraverso Venezia, Udine, Austria, Vienna e Ungheria. Dopo circa mille chilometri ci fermammo finalmente a dormire in un motel a Tatabánya. Una doccia, una cena tranquilla e cinque o sei ore di sonno ci restituirono le forze che l’anno precedente avevamo cercato inutilmente di recuperare dormendo in automobile.
Ripartimmo verso le quattro del mattino. Il telefono cellulare ci permetteva ormai di tenere informati i nostri familiari durante il viaggio: poche frasi bastavano ad accorciare la distanza. Gli ultimi cento chilometri furono, come sempre, i più faticosi. Il caldo, la stanchezza e l’impazienza di arrivare rendevano la strada interminabile. Poi apparvero i luoghi conosciuti, le ultime curve e infine il cancello della casa dei miei suoceri. Erano tutti lì ad aspettarci. Dopo migliaia di chilometri potevo finalmente spegnere il motore, scendere dalla macchina e abbracciarli.
Anche quell’estate, per loro, erano tornati «gli italiani». Una battuta affettuosa, certo. Ma forse anche qualcosa di più: il segno discreto di quanto, senza rendercene pienamente conto, stessimo ormai vivendo fra due appartenenze, con una parte della nostra vita ancora profondamente radicata in Romania e un’altra che, anno dopo anno, metteva radici sempre più solide in Italia.








0 commenti