Dove mancava l’acqua nasceva la forza
La scuola della vita
Ci sono esperienze che, come pietre levigate dal tempo, si depositano nel fondo della coscienza e tornano a galla nei momenti decisivi dell’esistenza. Frammenti d’infanzia e giovinezza che, nella loro semplicità ruvida, si rivelano per ciò che sono davvero: la scuola della vita in Romania, un apprendistato silenzioso fatto di fatica e resistenza, privazioni e tenacia. Non teoria, ma carne e mani, freddo e dignità. Una scuola severa, spesso dura, eppure fondamentale, che ci ha insegnato — senza mai dichiararlo — come si sopravvive e, forse, anche come si vive.
Una lezione nascosta nei gesti quotidiani
Durante la mia giovinezza, ho frequentato questa scuola con assiduità, senza mai iscrivermi e senza sapere che cosa mi stesse insegnando. Una delle sue lezioni più dure, e al tempo stesso più feconde, è cominciata da un piccolo dettaglio che, agli occhi di chi non lo ha vissuto, potrebbe sembrare insignificante: l’assenza dell’acqua potabile in casa.
Il lungo cammino verso l’acqua
Abitavamo in una periferia sfilacciata, dove le strade diventavano sentieri e i sentieri si perdevano nella terra. La nostra casa era posta quasi in fondo a una stradina, isolata, lontana dal cuore pulsante dell’acquedotto municipale. Per anni, l’acqua potabile non ci è arrivata. Dovevamo andare a prenderla a mano, con i secchi, dalla prima casa allacciata alla rete idrica, che distava centinaia di metri.
I secchi, il peso e il tempo rubato all’infanzia
Ci era stato concesso, grazie alla comprensione dei vicini, di entrare nel loro cortile e attingere dal loro rubinetto. Una concessione preziosa, che testimoniava la solidarietà di un tempo in cui la povertà non era ancora diventata vergogna, ma condivisione. Era un rituale quotidiano, più volte al giorno, e i secchi di latta, smaltati e pesanti, diventavano prolungamenti delle nostre braccia.
Ricordo il dolore delle spalle, il tremore delle mani ancora acerbe, le pause obbligate lungo la via del ritorno. Cercavo di risparmiare tempo, ridurre il numero di viaggi, caricando i secchi fino all’orlo, disattendendo i consigli di mio padre e le raccomandazioni di mia madre. A quel tempo non capivo: mi sembrava più logico soffrire per dieci minuti che per trenta. Ma quei dieci minuti erano pieni di sforzo, e il peso, nel tempo, lasciava segni profondi.
In strada, lungo il tragitto, i miei amici giocavano. I ragazzi al pallone, le ragazze saltavano alla corda o ridevano sedute sui gradini. Io li guardavo passare come da una finestra. Qualche volta mi fermavo, solo pochi minuti. Il tempo stringeva, i secchi dovevano essere pronti prima del rientro dei miei genitori. Il bucato, le stoviglie, l’acqua da bere: tutto doveva essere pronto. In quelle corse contro il tempo, imparavo che ogni gesto aveva un valore. E che la stanchezza non è solo un limite, ma un luogo dove si misura la volontà.
L’inverno e il gelo che insegnano
D’inverno era ancora più difficile. La neve creava corridoi stretti, sentieri battuti solo dai passi di chi, come noi, aveva bisogno di camminare. I pantaloni si ghiacciavano, colpiti dai secchi troppo colmi. Le mani intorpidite reggevano il metallo come potessero assorbirne il freddo. La fatica era moltiplicata, ma mai messa in discussione.
La forza delle madri e il bucato al vento siberiano
Mia madre, intanto, faceva il bucato all’aperto.

Con l’acqua riscaldata nelle pentole sopra la stufa a legna, i panni che si irrigidivano al vento siberiano come bandiere di un inverno interminabile. Ricordo ancora quel suono, quello scricchiolio metallico del tessuto ghiacciato. E l’odore pulito, intenso, che si diffondeva in casa quando, un po’ per volta, portava dentro i vestiti da asciugare.
La valle dei pozzi e l’acqua d’estate
A volte, nei mesi estivi, andavo a prendere l’acqua ai pozzi giù nella valle, vicino al ruscello. Ma d’inverno era impossibile: la salita al ritorno era troppo ripida. Era un compito per uomini, per spalle forti. Io ero ancora un ragazzo, e dovevo misurare l’acqua, non solo per la sete, ma anche per il peso che potevo sopportare.
L’impresa collettiva della trincea
All’inizio degli anni ’70, qualcosa cambiò. I miei genitori, insieme ai pochi vicini che abitavano su quella nostra strada dimenticata, decisero di unirsi e presentare al Comune una richiesta formale per l’allacciamento all’acquedotto. La risposta arrivò, ma non fu un regalo: lo Stato non aveva fondi. Dovevamo occuparci di tutto.
I calli, il silenzio e l’orgoglio ferito
Fu allora che iniziammo a scavare. La trincea per le tubature: un solco nella terra, largo mezzo metro, profondo uno. Ciascuna famiglia doveva scavare la sua porzione, a mano, con picconi, badili e zappe. Il terreno era duro, pieno di sassi e argilla gialla. Dopo la scuola, facevo i compiti e poi andavo con mio padre a scavare.
Fu in quei giorni che conobbi il dolore dei calli. Le mani, ancora fragili, si riempirono di vesciche che poi si lacerarono, diventando ferite. Cercai di nasconderle, per non deludere mio padre. Ma erano ferite che parlavano, raccontavano un’ostinazione goffa, la volontà di dimostrare di essere all’altezza. E furono, forse, la mia prima vera lezione di orgoglio e misura.
Il giorno in cui sgorgò l’acqua
Alla fine, l’opera fu completata. Le tubature posate, le giunzioni sigillate, i rubinetti montati. Ognuno scavò anche una piccola cisterna in cemento, per proteggere le valvole dal gelo. Quando, un giorno, aprii il rubinetto nel nostro cortile e vidi sgorgare l’acqua, capii cosa significasse davvero la parola conquista.

Non era solo acqua: era il frutto di una comunità, di uno sforzo condiviso, di un’ostinazione collettiva.
L’acqua in casa: una rivoluzione silenziosa
Più tardi, mio padre volle che l’acqua arrivasse anche in casa. Bisognò rompere il cemento, scavare un nuovo passaggio sotto le fondamenta. Dopo altri sacrifici, finalmente l’acqua arrivò anche nei tubi interni. E la vita, da quel giorno, cambiò. Cambiò la routine, cambiò il nostro modo di pensare al tempo, alla fatica, alla dignità.
L’illusione del privilegio urbano
Chi ha sempre avuto l’acqua corrente non può comprendere appieno quel senso di conquista. Eppure, anche chi abitava nei condomini, negli appartamenti assegnati dallo Stato agli operai, non era esente da difficoltà. Là, le grandi centrali termiche riscaldavano gli edifici e fornivano acqua calda. Ma l’acqua potabile era razionata: mancava ogni notte, e spesso anche di giorno. Il riscaldamento, l’acqua calda, l’illuminazione erano regolati da programmi inflessibili, figli di una gestione centralizzata e inadeguata.
La vergogna che resiste al tempo
Perfino oggi, decenni dopo quella rivoluzione che doveva cambiare tutto, la nostra città continua a lottare con gli stessi problemi. Ogni volta che torno, vedo come le interruzioni della fornitura d’acqua siano diventate un’abitudine. Una vergogna silenziosa, accettata come inevitabile.
Il dono breve della doccia calda
In quegli anni, fare una doccia era un privilegio raro. Lo era per noi, che non avevamo nemmeno una vasca, ma lo era anche per chi viveva negli appartamenti. Le famiglie si organizzavano, si aiutavano. Spesso io e mia madre andavamo da amici fidati, colleghi di lavoro di mia madre o di mio padre, che ci permettevano di utilizzare la loro vasca. Si faceva in fretta, perché l’acqua calda durava poco. Ma in quei minuti c’era qualcosa di simile alla felicità.
Lavarsi era un atto di dignità
A casa nostra ci si arrangiava: stufa a legna, pentole d’acqua calda, bacinella. Non era comodo, specie d’inverno, ma era tutto ciò che avevamo. L’igiene, però, non era negoziabile. Lavarsi, profumarsi, presentarsi in ordine a scuola o al lavoro era un imperativo. Un modo per dire: “Io ci sono, io resisto”.
Il sapone sotto banco
I prodotti per la cura personale erano rari, spesso assenti nei negozi. Quando arrivavano, si formavano code interminabili. Per molti, l’unica risorsa era il mercato nero. Un amico, un parente, un conoscente che potesse procurare sapone, shampoo, deodorante. Lì si vedeva un altro volto della “scuola della vita”: l’arte di arrangiarsi.
Gli anni ottanta: la fame, il freddo, il silenzio
Negli anni ’80, tutto si fece più duro. Il razionamento alimentare, la mancanza di libertà di movimento, l’assenza di benzina, le interruzioni della corrente. Anche i programmi televisivi erano un insulto all’intelligenza, strumenti di propaganda più che d’informazione.
L’arte di arrangiarsi come disciplina di sopravvivenza
Eppure, in tutto questo, imparavamo. Imparavamo a riparare, a risparmiare, a cucire, a reinventarci. L’istinto di sopravvivenza divenne virtù, il bisogno si fece ingegno. La società ci imponeva di cavarcela, e noi imparavamo a farlo. Giorno dopo giorno, sbaglio dopo sbaglio, come chi attraversa un deserto e finisce per leggere le stelle.
Una scuola che non finisce mai
E forse, dopotutto, è questo che ci resta: non il rimpianto per ciò che è mancato, ma la consapevolezza di aver imparato a vivere proprio lì, dove mancava tutto. Perché là dove mancava l’acqua, è sgorgata la nostra dignità. Là dove la fatica sembrava una condanna, abbiamo imparato la misura silenziosa del valore. E oggi, quando torniamo con lo sguardo a quelle stagioni, scopriamo che quella scuola — dura, invisibile, implacabile — non ha mai smesso di insegnarci.








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