Nell’estate del 2001 cominciammo davvero a capire cosa significasse vivere tra Italia e Romania. Dopo tanti anni di separazioni, partenze e attese, io, Mirela e Alex riuscimmo finalmente a fare le ferie insieme, come una famiglia normale.
Può sembrare un avvenimento semplice, quasi scontato. Per noi, invece, rappresentava una conquista. Avevamo i documenti in regola, lavoravamo legalmente, nostro figlio frequentava la scuola e, soprattutto, vivevamo tutti sotto lo stesso tetto. Dopo aver inseguito così a lungo una vita stabile, quella normalità quotidiana aveva acquistato un valore che forse soltanto chi ha conosciuto la distanza può comprendere fino in fondo.
Anche le ferie assumevano quindi un significato diverso. Non erano soltanto giorni di riposo, ma il momento in cui le nostre due vite si ricongiungevano: quella che stavamo costruendo in Italia e quella che continuava ad aspettarci in Romania, tra parenti, ricordi e luoghi dell’infanzia.
La destinazione, perciò, non poteva che essere la Romania.
Tornare in Romania: il rito estivo degli emigrati
Tornare significava ritrovare le famiglie, gli amici, i luoghi dell’infanzia e quella parte della nostra identità che l’emigrazione non aveva cancellato. Quel viaggio sarebbe diventato negli anni un rito familiare, come lo era per centinaia di migliaia di rumeni emigrati in Europa. Ogni estate le autostrade si riempivano di automobili dirette verso est, cariche di persone, valigie e regali. Le code al passante di Mestre e alle frontiere potevano durare cinque, sei ore o anche di più. E una volta entrati in Romania restava ancora da attraversare quasi tutto il Paese su strade nazionali, attraverso città, paesi e montagne.
Trentasei ore di viaggio per ritrovare la famiglia
Nel 2001 affrontammo quel viaggio in pullman. Ci vollero circa trentasei ore. La nostra vecchia Fiat Uno non era più nelle condizioni di sostenere quasi quattromila chilometri tra andata e ritorno.

Quando finalmente arrivammo, i miei suoceri ci aspettavano con tutto ciò che una famiglia sa preparare quando le parole non bastano: abbracci, lacrime, una stanza pronta, la tavola piena dei nostri piatti tradizionali e il vino che mio suocero produceva personalmente.
Ma il centro di tutto era Alex.
I nonni lo avevano cresciuto fino all’età di cinque anni e non lo vedevano da quasi un anno e mezzo. Lo ascoltavano raccontare la scuola italiana, i compagni, le maestre e i suoi risultati con gli occhi pieni di orgoglio. Anche lui ritrovava una casa che conosceva bene, perché lì aveva trascorso i primi anni della propria vita.
Dopo alcuni giorni noi tre partimmo per Mamaia, sul Mar Nero. Per Alex fu un’esperienza indimenticabile: vide il mare per la prima volta, fece il suo primo bagno e salì anche su una barca a vela. Al ritorno aveva un nuovo patrimonio di storie da raccontare ai nonni.
Quelle ferie finirono troppo presto. E al momento della partenza tornarono le lacrime. Era uno dei prezzi dell’emigrazione: arrivare significava ritrovarsi, partire significava sapere che, probabilmente, sarebbe trascorso un altro anno prima di potersi abbracciare nuovamente.
Mettere radici in Italia senza dimenticare la Romania
Tornati in Italia, la vita riprese il proprio ritmo. Mirela e io tornammo al lavoro e Alex cominciò la seconda elementare. Era ormai perfettamente inserito nel suo ambiente.
Anche noi, poco alla volta, stavamo mettendo radici a Terno d’Isola. Le amicizie nate in quegli anni furono fondamentali. Attraverso quelle persone cominciammo a sentirci non soltanto stranieri regolarmente residenti, ma parte della comunità.

L’integrazione, del resto, non si compie soltanto attraverso i documenti. Avviene quando qualcuno ti chiama per nome, quando sei invitato a una festa, quando condividi compleanni, problemi e momenti felici, quando la tua assenza viene notata.
La nostra casa diventò una porta aperta per chi arrivava
Tra la fine del 2000 e il 2001 la nostra casa divenne anche un piccolo punto d’approdo per alcune parenti provenienti dalla Romania. Erano donne che arrivavano in Italia in cerca di lavoro, parte di quella grande emigrazione femminile che in quegli anni cresceva rapidamente.
Con il permesso di Guido, proprietario della villetta e mio datore di lavoro, le ospitammo per qualche mese. Lo spazio era poco, ma eravamo abituati ad arrangiarci. Io conoscevo ormai l’Italia, parlavo la lingua, avevo documenti regolari e alcune conoscenze. Potevo accompagnarle a un colloquio, chiedere informazioni, parlare con eventuali datori di lavoro. Quasi tutte riuscirono, con il tempo, a trovare un’occupazione e una sistemazione. Guardandole, ripensavo inevitabilmente ai miei primi anni da clandestino, con una differenza importante: loro avevano almeno una porta alla quale bussare.
Una Renault 19 Chamade e il segno di una vita che migliorava
Nello stesso periodo decidemmo di cambiare automobile. Attraverso il mio amico Flavio trovammo presso una concessionaria Renault di Bergamo una Renault 19 Chamade bordeaux metallizzata, con appena quattordicimila chilometri. Era stata usata pochissimo e conservata sempre in garage. La pagai 7,2 milioni di lire, una somma importante per quei tempi e soprattutto per noi, ma la considerai una spesa ragionata. Non mi interessava possedere un’automobile per impressionare qualcuno. Gli anni difficili mi avevano insegnato che il denaro, quando hai conosciuto la precarietà, significa prima di tutto sicurezza e libertà.
Quando dovetti scegliere tra il lavoro e la mia famiglia
Proprio quando sembrava che la nostra vita avesse raggiunto un equilibrio, arrivò però un nuovo cambiamento.
Nell’autunno del 2001 Guido mi comunicò che avrebbe venduto la proprietà di Terno d’Isola e si sarebbe trasferito in una cascina nella zona di Vercelli. Mi propose di seguirlo, mantenendo stipendio, alloggio e condizioni di lavoro.
Se fossi stato ancora solo, probabilmente avrei accettato immediatamente.
Ma adesso avevo una famiglia.
Mirela aveva un lavoro stabile a tempo indeterminato e Alex frequentava felicemente la scuola di Terno d’Isola. La cascina di Guido era isolata e non poteva offrire un lavoro anche a mia moglie. Dopo aver valutato tutto, decidemmo di rimanere.
Fui quindi io a dimettermi.
Non fu una scelta facile. Lavoravo con Guido dal 1996 ed ero profondamente riconoscente per l’aiuto ricevuto durante la mia regolarizzazione. Ma ormai non decidevo più soltanto per me.
Perdere il lavoro e ricominciare ancora una volta
Con il lavoro perdemmo anche l’alloggio.
Non riuscendo a trovare rapidamente una casa, chiesi aiuto al sindaco, che conosceva da anni me e la mia famiglia. Ci mise temporaneamente a disposizione un appartamento comunale per sei mesi, a un canone conveniente. Era vicino alla scuola di Alex e a pochi minuti a piedi dal lavoro di Mirela.
Per loro la vita continuò quasi senza cambiamenti.

Per me, invece, cominciò una nuova precarietà.
Dopo quasi dieci anni in Italia mi ritrovai a cercare lavoro attraverso agenzie interinali, curriculum e conoscenze. Ora avevo anche un affitto, le bollette e tutte le normali spese di una famiglia. Accettai lavori temporanei e, quando necessario, anche qualche lavoro in nero. Non cercavo il posto perfetto: cercavo semplicemente di portare a casa ciò che serviva.
Una casa provvisoria che diventò casa per otto anni
Alla fine dei sei mesi trovammo un appartamento in un condominio nuovo, vicino al centro, con un piccolo giardino e un garage. Firmammo un contratto di quattro anni pensando ancora che, dopo qualche tempo, saremmo tornati definitivamente in Romania.
Alla fine restammo in quella casa otto anni.
Nel frattempo Alex cresceva, costruiva amicizie e considerava sempre più l’Italia il proprio Paese. Anche i nostri progetti cominciavano lentamente a cambiare. Quello che avevamo immaginato come provvisorio stava diventando permanente.
Il primo viaggio in Romania con la nostra automobile
Nell’estate del 2002 arrivò anche il momento del primo viaggio in Romania con la nostra bella Renault 19 Chamade.
Preparai la macchina con grande attenzione e studiai il percorso quasi come una spedizione. Non esistevano ancora i navigatori che oggi diamo per scontati.

Avevo una grande cartina dell’Europa e un foglio sul quale avevo annotato città, distanze, frontiere, distributori e luoghi dove fermarsi.
Cinquemila chilometri tra due vite
In due settimane avremmo percorso quasi cinquemila chilometri.
Quel primo viaggio da automobilista fu massacrante. Code di ore, frontiere, strade rumene difficili, montagne e continui attraversamenti dei centri abitati. Cercavo di fermarmi il meno possibile per non sprecare i pochi giorni di ferie. Quando finalmente arrivammo a destinazione, scesi dall’automobile con la sensazione che il terreno ondeggiasse sotto i piedi. Dormii quasi dodici ore.
Eppure, quando riabbracciammo i nostri familiari, la stanchezza sembrò improvvisamente meno importante.
Quell’anno tornammo in Romania con una soddisfazione nuova. Avevamo una casa migliore, una buona automobile, Alex andava molto bene a scuola e, nonostante la mia precarietà lavorativa, riuscivamo ad andare avanti. Sentivamo di stare costruendo qualcosa.
Quando furono i nostri genitori a venire in Italia
Prima di ripartire invitammo i nostri genitori a venire a trovarci in Italia.
La prima fu mia suocera. Era il suo primo viaggio all’estero e desiderava vedere con i propri occhi dove vivevamo, la nostra casa, il lavoro di Mirela, la scuola di Alex e quella parte d’Italia che fino ad allora aveva conosciuto soltanto attraverso i nostri racconti.
La sua visita ebbe soprattutto un effetto: la tranquillizzò.
Finalmente aveva visto che stavamo bene.
Successivamente venne anche mio suocero e, un anno dopo, invitai mio padre, per il quale fu anch’esso il primo viaggio in un Paese straniero.
Non erano grandi regali.
Erano qualcosa di più semplice e, forse, di più importante.
I nostri genitori ci avevano aiutato per tutta la vita, avevano cresciuto Alex, avevano sopportato la nostra lontananza e aspettato ogni estate il nostro ritorno. Ospitarli nella casa che, con tanta fatica, stavamo costruendo in Italia significava mostrare loro che i sacrifici di quegli anni non erano stati inutili.
Era il nostro modo di restituire almeno una piccola parte di ciò che avevamo ricevuto.
Tra due case, due Paesi e due appartenenze
E forse proprio allora cominciammo a capire che l’emigrazione non consiste soltanto nel lasciare una casa per cercarne un’altra. A volte significa vivere per anni fra due case, due Paesi e due appartenenze, continuando a credere di dover scegliere fra l’una e l’altra, finché ci si accorge che entrambe, in modi diversi, sono ormai entrate nella propria vita.








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