Se ripenso agli anni trascorsi, alle strade percorse e alle svolte impreviste della mia esistenza, mi accorgo che una lezione ritorna sempre, come un filo discreto che attraversa tutta la mia storia: ogni giorno porta con sé una possibilità nuova. Non sempre è evidente, non sempre la riconosciamo subito. A volte si nasconde dietro una difficoltà, dietro un viaggio che non avevamo programmato, dietro una decisione presa quasi per necessità. Eppure quella possibilità esiste, silenziosa, pronta a rivelarsi quando meno ce lo aspettiamo.
La vita, in fondo, è un movimento continuo. Cambiano i luoghi in cui viviamo, cambiano le persone che incontriamo lungo il cammino, cambiano i progetti che credevamo definitivi. E cambiamo anche noi, spesso senza accorgercene. Le strade che pensavamo già tracciate si biforcano, si allungano, a volte si interrompono per lasciare spazio a percorsi nuovi. Nessuno può davvero fermare questo movimento. Possiamo soltanto imparare ad attraversarlo, ad accoglierlo con pazienza, adattandoci alle sue curve e alle sue sorprese.
Guardando indietro, mi accorgo che questa verità attraversa tutta la storia di una famiglia rumena emigrata in Italia negli anni 90, la nostra storia. Una storia fatta di partenze e di attese, di lavori inattesi, di città scoperte una dopo l’altra e di sogni che cambiavano forma mentre cercavamo semplicemente di andare avanti. Quando si vive un’esperienza di emigrazione, ogni decisione diventa una soglia: da una parte c’è ciò che si lascia alle spalle, dall’altra ciò che ancora non si conosce.
L’arrivo di Mirela in Italia e il cambiamento dei nostri piani
Quando mia moglie Mirela arrivò in Italia, la nostra vita prese una direzione diversa da quella che avevamo immaginato. In origine il nostro progetto era semplice: io sarei rimasto all’estero per un anno, forse un anno e mezzo. Avrei lavorato, risparmiato qualcosa e poi sarei tornato in Romania. Quei soldi ci avrebbero aiutato a superare il periodo difficile seguito al mio licenziamento, mentre Mirela avrebbe continuato a lavorare, mantenendo una certa stabilità per la nostra famiglia.
Ma la vita, come spesso accade, aveva altri piani.
Il suo arrivo in Italia fu possibile grazie all’aiuto inatteso e generoso di una persona incontrata quasi per caso: la signora Luisa. Senza il suo gesto di umanità, forse non ci saremmo rivisti per molto più tempo. Dopo mesi di lontananza, il ricongiungimento cambiò tutto. Poco alla volta capimmo che la nostra permanenza in Italia non sarebbe stata soltanto una parentesi. Poteva diventare l’inizio di qualcosa di diverso: una nuova vita.
Da quel momento cominciammo a immaginare il futuro non più come un ritorno immediato, ma come una costruzione lenta, giorno dopo giorno.
Le prime città del nostro viaggio: Savona e la scoperta del mare
La nostra vita in quel periodo era legata al circo, una realtà itinerante che ci portava continuamente da una città all’altra del Nord Italia. Dopo aver attraversato diverse località, arrivammo a Savona, una città che mi colpì profondamente.

Non era solo la bellezza dei palazzi storici o delle strade antiche a impressionarmi, ma anche la presenza del mare.
Per la prima volta nella mia vita vedevo il Mar Ligure, e quindi il Mediterraneo.
Durante l’infanzia avevo amato molto la geografia. Sui libri avevo studiato quei mari, quelle coste, quei nomi pieni di fascino. Ma trovarsi davvero davanti all’acqua del Mediterraneo era un’altra cosa. Ricordo ancora la sensazione di meraviglia quando toccai per la prima volta quell’acqua salata.
Savona, con il suo porto, le sue torri medievali, le piazze luminose e il centro storico ricco di memoria, rappresentò per me una scoperta. Era un luogo dove la storia sembrava convivere naturalmente con la vita quotidiana. In Italia i centri storici erano stati preservati con cura, mentre in Romania, durante il regime comunista, molti edifici antichi erano stati demoliti per lasciare spazio a quartieri di cemento anonimi e senz’anima.
Quella differenza mi colpiva profondamente.
Il mare della Riviera ligure e le città del nostro viaggio
Il nostro viaggio lungo la costa ligure continuò poi attraverso altre città della Riviera di Ponente. A Albenga e soprattutto a Diano Marina scoprimmo il piacere semplice delle passeggiate sul lungomare, dei pomeriggi trascorsi vicino alla spiaggia, delle prime nuotate nel mare ligure. Tutto intorno a noi era nuovo: le palme, i fiori, la luce del mare, l’atmosfera vivace delle città che si preparavano alla stagione estiva.
Ma la vita nel circo non era fatta soltanto di paesaggi e scoperte.
Le difficoltà del lavoro nel circo e la solidarietà tra colleghi
Quando arrivammo a Imperia ci accorgemmo che parte degli operai indiani che lavoravano con noi era scomparsa all’improvviso. Molti di loro avevano lasciato il circo per cercare lavoro altrove. Era una situazione che faceva parte di un sistema informale di migrazione clandestina: il circo rappresentava per molti immigrati un primo punto d’appoggio in Italia. Lavoravano per alcuni mesi, mettevano da parte qualche risparmio e poi partivano verso altre opportunità.
La loro improvvisa partenza creò difficoltà nel lavoro quotidiano, soprattutto durante le operazioni di montaggio e smontaggio del tendone e delle strutture. Tuttavia, grazie alla collaborazione di tutti, riuscimmo a superare quel periodo senza grandi problemi.
Nel frattempo anche Mirela si stava adattando alla vita del circo. Aveva fatto amicizie, stava imparando l’italiano e aveva iniziato a lavorare sia nella cucina del circo sia per una delle famiglie che gestivano alcune attività interne, come il bar e la vendita di prodotti durante gli spettacoli.
Quel lavoro, anche se pagato poco e in nero, migliorò la nostra situazione economica. Per la prima volta riuscivamo entrambi a guadagnare qualcosa e a risparmiare quasi tutto.
Sanremo e il sogno di una città conosciuta alla radio
Il nostro viaggio proseguì poi verso una città che avevo sempre sognato di vedere: Sanremo.
Già da bambino avevo sentito quel nome alla radio in Romania, legato al Festival della Canzone Italiana. Arrivare davvero lì, camminare sul lungomare, vedere il celebre Teatro Ariston, visitare le vie eleganti della città, fu per me un’emozione particolare.

Ogni giorno io e Mirela uscivamo a esplorare la città. Non c’era strada, piazza o angolo che non volessimo vedere. Anche alcuni colleghi rumeni del circo si unirono a noi in queste passeggiate. Tutti, in fondo, eravamo affascinati da quella città luminosa e raffinata.
Quando arrivò il momento di partire, ci dispiacque molto lasciare Sanremo.
Il viaggio continuò poi verso Bordighera e Ventimiglia, l’ultima tappa della nostra permanenza sulla Riviera di Ponente. Proprio in quei giorni arrivarono i nuovi giovani operai indiani che sostituirono quelli che se ne erano andati all’improvviso settimane prima.
Ventimiglia, situata vicino al confine francese, offriva panorami straordinari sul mare e permetteva perfino di scorgere, in lontananza, le luci di Monte Carlo.
Ventimiglia e il cambiamento nella mia vita lavorativa
Fu proprio lì che avvenne un altro cambiamento importante nella mia vita lavorativa.
Dopo più di otto mesi di lavoro nel circo, la direzione decise di affidarmi un nuovo incarico: quello di elettricista. Le mie esperienze precedenti, le qualifiche professionali e il fatto che ormai parlassi abbastanza bene l’italiano avevano convinto i responsabili a offrirmi quella possibilità.
Da quel momento entrai nella squadra tecnica che si occupava dell’impianto elettrico del circo.
Dietro le luci del circo: il lavoro tecnico dello spettacolo
Non si trattava di un lavoro semplice. Ogni volta che il circo arrivava in una nuova città dovevamo installare da zero un complesso sistema elettrico: cavi di alimentazione, quadri di distribuzione, collegamenti per roulotte, camion e strutture, illuminazione esterna e interna del tendone.
Il cuore dell’impianto era il grande generatore elettrico montato su un camion speciale. Da lì partiva il cavo principale che alimentava tutto il circo. L’energia doveva essere distribuita in modo sicuro a ogni struttura dell’accampamento.
All’interno del tendone, invece, l’impianto alimentava la cabina di regia luci e suono, il vero centro tecnico dello spettacolo. Da lì venivano controllate le luci sceniche, la musica e gli effetti sonori che accompagnavano i numeri degli artisti.

Durante gli spettacoli il mio lavoro consisteva nel manovrare uno dei fari “seguipersona” conosciuto anche con il nome di occhio di bue. Posizionati in alto sulle strutture del tendone, dovevamo seguire con il fascio di luce gli acrobati, le belle danzatrici, i trapezisti, i clown e il presentatore.
Era un lavoro preciso, quasi coreografico, che richiedeva attenzione e coordinazione.
Quel cambiamento di mansione trasformò anche la mia vita quotidiana. Le giornate diventavano più tranquille: la mattina era dedicata a piccoli controlli o manutenzioni, mentre il pomeriggio io e Mirela potevamo visitare le città, passeggiare sul mare o telefonare alla famiglia in Romania. E dopo aver parlato con i nostri cari, non mancava mai un’altra telefonata: quella alla signora Luisa. Anche lei aspettava sempre notizie da parte nostra. In fondo, senza il suo gesto di generosità, Mirela non sarebbe stata lì con me.
La sera, naturalmente, tornavo al lavoro per gli spettacoli.
Un’estate sulla Riviera ligure tra lavoro e speranza
Dopo Ventimiglia il circo riprese il viaggio lungo la costa, ma in direzione opposta. Passammo da Albisola Marina e poi da Varazze, una località turistica che ci accolse per dieci giorni.
Furono giorni luminosi, pieni di mare, di passeggiate e di piccoli momenti di serenità. Due mesi trascorsi lungo la Riviera ligure che ancora oggi ricordo come uno dei periodi più intensi della nostra vita.
Verso Genova: una nuova tappa del nostro cammino
Alla fine di luglio del 1993 partimmo infine verso una nuova destinazione.
La città di Genova.
Una grande città, dove il circo si sarebbe fermato per tre settimane. Per noi significava qualcosa di raro nella vita itinerante del circo: il tempo necessario per fermarsi davvero, respirare una città, cominciare a sentirla quasi familiare.
E in quel momento avevamo la sensazione che, passo dopo passo, anche la nostra vita stesse finalmente trovando una direzione.








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