Raccontare l’arrivo di mia moglie in Italia significa attraversare una soglia invisibile: non soltanto geografica, ma interiore. Non fu semplicemente un viaggio da un Paese all’altro, ma il passaggio da una stagione della vita a un’altra, da una solitudine resistente a una condivisione finalmente possibile. Scrivendone, mi sono accorto che molte delle esperienze vissute allora — difficoltà che per noi erano normali, quasi inevitabili — oggi potrebbero sembrare esagerate o difficili da comprendere. Eppure quella era la nostra quotidianità, fatta di attese, cabine telefoniche, coincidenze sbagliate, speranze ostinate. In quei ricordi non c’è nulla di romanzato: sono frammenti autentici di una vita concreta, condivisa, fragile e insieme determinata.
Ogni esistenza è unica. Possiamo cercare somiglianze, possiamo riconoscerci nelle storie altrui, ma nessun percorso coincide davvero con un altro. Le differenze nascono dai contesti storici, dalle famiglie, dall’educazione, dall’età, dalle convinzioni che ci hanno formati. Anche quando due vite si incrociano e decidono di camminare insieme, restano irriducibilmente distinte nella loro origine e nella loro memoria. È questa consapevolezza che mi ha spinto a raccontare: non per confrontarmi con qualcuno, ma per testimoniare un passaggio — il mio — dentro un’epoca precisa, nel tempo sospeso e decisivo che segnò l’arrivo di mia moglie in Italia e l’inizio della nostra vita insieme.
Organizzare un incontro negli anni Novanta
L’arrivo di Mirela fu preceduto da una settimana febbrile. Finalmente aveva ottenuto il passaporto, il visto turistico, i biglietti. Tutto era pronto. Io, che in quei mesi lavoravo con il circo tra Piemonte e Lombardia, avevo avvisato la direzione che mi sarei assentato per alcuni giorni. Sarebbe arrivata a Milano e poi avrebbe proseguito verso Torino, dove l’avrei attesa.
Ma organizzare un incontro nei primi anni Novanta non era semplice. Non esistevano cellulari né messaggi istantanei. Io telefonavo dalle cabine pubbliche e non potevo essere richiamato; Mirela rispondeva dal telefono fisso dei miei suoceri. L’unico ponte era la signora Luisa, che metteva a disposizione il proprio telefono come nodo di collegamento tra noi. Una triangolazione fragile, ma indispensabile.
Il business dei trasporti tra Romania e Italia: tra lavoro in nero e grandi compagnie
Mirela partì con un pulmino privato, uno di quei mezzi che allora cominciavano a collegare la Romania all’Italia. Erano attività spesso informali, talvolta ai limiti della legalità, nate per rispondere a un bisogno crescente: quello di una comunità rumena che iniziava a migrare verso l’Occidente.

Con il tempo quel settore sarebbe diventato una rete capillare di agenzie e compagnie di pullman, alcune divenute simbolo per chi viveva lontano da casa. Ma allora era tutto agli inizi: viaggi lunghi, mezzi modesti, frontiere ancora chiuse e controlli severi.
Negli anni, quel trasporto tra Romania e Italia passò da piccoli servizi spesso in nero a vere e proprie aziende strutturate, offrendo lavoro a molti emigrati in un contesto economico difficile. Accanto ai viaggi di persone si sviluppò anche il business delle spedizioni di pacchi, un filo materiale che teneva uniti i due mondi. Tra i nomi più noti vi fu Atlassib, per decenni la più grande compagnia rumena di trasporto internazionale, che proprio all’inizio di quest’anno ha cessato l’attività, chiudendo simbolicamente un capitolo importante della storia migratoria tra Est e Ovest.
Per Mirela quello fu il primo viaggio all’estero: più di trentasei ore attraverso mezza Europa, su strade senza autostrade, con attraversamenti di città e controlli doganali a ogni confine. Arrivò alla Stazione Centrale di Milano e, come stabilito, chiamò la signora Luisa per confermare l’arrivo. Poi acquistò il biglietto per Torino e salì sul treno.
La stazione sbagliata: trenta minuti di paura
Io presi un regionale da Bra e la aspettai a Torino Porta Susa. Il treno arrivò puntuale. I passeggeri scesero uno dopo l’altro. Lei non c’era.
In quei minuti l’angoscia mi attraversò come un gelo improvviso. Guardai inutilmente dentro le carrozze mentre il treno ripartiva. Mille pensieri, mille paure. Corsi a cercare un telefono pubblico. Chiamai la signora Luisa. Nessuna notizia.
Solo dopo mezz’ora seppi la verità: Mirela era arrivata a Torino, ma era scesa a Porta Nuova, il capolinea. Un fraintendimento, un dettaglio mal compreso. Lei, inesperta, aveva proseguito il viaggio fino all’ultima fermata.
La raggiunsi subito. Quindici minuti di treno che mi sembrarono un’eternità. Quando la vidi seduta su una panchina con la sua borsa accanto, sentii sciogliersi un peso enorme. Ci abbracciammo. Era il primo abbraccio dopo mesi di lontananza. Lei era spaventata: non conosceva la lingua, aveva pochi soldi, si trovava sola in un paese straniero. Io capivo quelle paure: le avevo vissute anch’io al mio arrivo clandestino a Milano.
Quell’abbraccio fu una promessa silenziosa: non saremmo più stati separati.
Casteggio: ospitalità, amicizia e legalità
Telefonammo subito alle famiglie in Romania, poi alla signora Luisa, e partimmo verso Casteggio, dove saremmo stati ospitati. Arrivammo in serata. La signora Luisa ci attendeva alla stazione. L’incontro tra lei e Mirela fu semplice e commovente. Fino ad allora si erano parlate solo per telefono, senza comprendere davvero la lingua l’una dell’altra; io facevo da traduttore. Eppure tra loro nacque subito una simpatia spontanea.

La casa di Casteggio era una villetta immersa tra le vigne, su una collina tranquilla. Un ambiente elegante e accogliente. Il piano seminterrato era stato preparato per noi. Dopo mesi di precarietà, quella sistemazione aveva il sapore della stabilità, quasi del lusso.
Furono giorni sereni. Visitammo la città, salutammo persone che avevano avuto un ruolo nel mio percorso: il personale della casa di riposo, don Vittorio, amici comuni. Ricevemmo anche la visita della signora Laura, cittadina rumena sposata da anni con un italiano e residente nei dintorni, legata da una profonda amicizia alla signora Luisa. Unite anche dall’impegno nel volontariato, le due avevano collaborato concretamente per ottenere alla Questura di Pavia l’invito ufficiale che aveva permesso a Mirela di arrivare legalmente in Italia. Quel gesto, nato dall’amicizia e dalla solidarietà, era stato decisivo per noi.
Raccontammo l’avventura della stazione sbagliata, ridemmo delle nostre paure. Andammo a mangiare una pizza, entrammo nelle pasticcerie dove Mirela scoprì i dolci italiani e se ne innamorò. Per noi fu una sorta di piccolo viaggio di nozze tardivo, una pausa luminosa tra due fasi incerte.
La decisione: restare in Italia
Ma dovevamo decidere. Una sera spiegammo alla signora Luisa le nostre intenzioni: Mirela non sarebbe tornata in Romania. Sarebbe rimasta con me in Italia, anche oltre la scadenza del visto. Avremmo vissuto insieme, pur sapendo che ci aspettavano anni di clandestinità prima di poter regolarizzare la posizione.
La signora Luisa si preoccupò. Io cercai di rassicurarla. Avevo capito la direzione che stava prendendo l’emigrazione. Sapevo che, con pazienza e resistenza, si poteva ottenere un permesso di soggiorno. Il nostro piano era chiaro: lavorare, resistere, trovare una sistemazione stabile e un giorno tornare in Romania da persone regolari, a testa alta.
La domenica mattina lasciammo Casteggio. Eravamo arrivati con una sola valigia e ripartivamo con due borse colme: regali ricevuti, vestiti acquistati, oggetti necessari. Ma soprattutto ripartivamo con una decisione condivisa.
Il ritorno al circo e l’inizio della vita insieme
Il viaggio verso il circo a Bra fu lungo, con coincidenze a Voghera, Milano e Torino. Arrivammo nel tardo pomeriggio. Lo spettacolo era già iniziato. Entrammo nella nostra caravan, la sistemammo, poi presentai Mirela ai proprietari del circo e ai colleghi. Fu accolta con calore. Qualcuno scherzò: da quel momento non sarei più stato solo.
Quella sera assistette per la prima volta allo spettacolo: le luci, i numeri, l’atmosfera del tendone. Ma il circo non è solo magia: è fatica, disciplina, organizzazione.

Dopo l’ultimo spettacolo iniziò lo smontaggio. Strutture metalliche, tendone, attrezzature: tutto doveva essere caricato sui camion entro le tre del mattino. Ognuno aveva un compito preciso. Anche Mirela ricevette il suo: aiutare il cuoco a mettere in sicurezza cucina e mensa per il viaggio.
Rimase colpita dalla rapidità con cui quel mondo si trasformava: da città luminosa a cantiere notturno. Quando finimmo, andammo a dormire per poche ore. Eravamo stanchi, ma felici.
Quella giornata racchiudeva tutto: la partenza da Casteggio, il lungo viaggio, l’arrivo al circo, il primo spettacolo per lei, la notte di lavoro, la preparazione per la nuova tappa verso Savona, sul litorale ligure. E soprattutto l’inizio della nostra vita insieme.
Da quel momento Mirela entrava a far parte della grande famiglia del circo, un gruppo multietnico che viveva in equilibrio tra precarietà e solidarietà. Per noi iniziava una nuova fase: non più due percorsi paralleli, ma una strada condivisa.
Non più soli: l’inizio di una nuova fase
Non avevamo certezze né garanzie. Avevamo soltanto un progetto, una volontà e la forza che nasce dall’essere insieme. E a volte, nella storia di una famiglia, questo basta per chiamarlo futuro.








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