L’arrivo a Milano e il crollo di un’intera identità
La prima settimana da emigrante clandestino a Milano fu una scossa che frantumò ogni certezza, un varco improvviso che ridisegnò la mia vita dalle radici. Non posso negarlo: la decisione di partire, il viaggio, l’arrivo in Italia e le prime ore trascorse nella grande città aprirono un capitolo in cui nulla somigliava più a ciò che conoscevo. Le immagini che mi ero costruito sull’emigrazione — quelle speranze timide, quasi ingenue — si dissolsero contro una realtà aspra, intricata, sconosciuta. Ogni gesto quotidiano sembrava più difficile, come se il mondo avesse smarrito le proprie istruzioni. E più dei chilometri, più della stanchezza, pesavano le mancanze vere: quelle che scavano dentro, che ti ricordano ciò che hai lasciato e che ancora non sai se ritroverai.
Ciò che ero stato nei miei trentadue anni in Romania — il lavoro, la famiglia, gli amici, le abitudini — sembrava dissolto in un solo istante, come se fosse scivolato in un’altra vita. Restavo solo io, con la mia borsa da viaggio che era diventata la mia casa portatile, i miei sogni stropicciati, i progetti che cercavo di non far cadere dalle mani, e una fiducia ostinata in me stesso. Solo questo, ma abbastanza per restare in piedi.
Le difficoltà iniziali non erano quelle dell’adattamento, né della resistenza fisica. Erano difficoltà date dalle assenze: la mia famiglia, gli amici, le passioni, quella quotidianità che avevo costruito negli anni e che in un attimo era rimasta dall’altra parte del mondo. Avevo lasciato una realtà conosciuta — bella o meno bella, ma mia — e mi ritrovavo in un territorio completamente estraneo.
La dignità come unica ricchezza: presentarsi al mondo con una camicia pulita
Ricominciare da zero, anzi da meno di zero, fu durissimo. E fra le prime sfide ce n’era una che può sembrare banale: la cura di me stesso. In Romania ero sempre stato attento all’aspetto, ai vestiti, alla pulizia. Qui, nei primi giorni, era difficile mantenere quella dignità elementare. Eppure facevo tutto il possibile: mi sforzavo di essere sempre in ordine, di pettinarmi, di radermi ogni giorno.

Lo dimostra un dettaglio che porto ancora con me: poco prima di partire avevo tolto i baffi, che per anni erano stati parte della mia identità. In Romania erano molto di moda e io li curavo con attenzione; anche i miei due più grandi amici, Mitică e Costel, li portavano. Insieme avevamo condiviso feste, discoteche improvvisate, Capodanni pieni di risate, avventure di gioventù e poi la vita da sposati. Veri amici, quelli che nella vita si contano sulle dita di una mano. Mi mancavano terribilmente.
Decisi di eliminarli per attirare meno l’attenzione, specialmente quella delle forze dell’ordine. E, con un certo orgoglio, posso dire che durante tutti gli anni della mia permanenza in Italia — dall’arrivo clandestino fino alla regolarizzazione — non fui mai fermato o controllato. Mai. Forse un caso, forse fortuna, forse il fatto che cercavo sempre di comportarmi bene e apparire curato. Le scelte fatte allora, con il senno di poi, avevano avuto un senso.
Nel frattempo, la mia borsa da viaggio — la mia piccola casa itinerante — conteneva anche una boccetta di profumo. Ne mettevo un po’ persino quando uscivo a cercare lavoro. Un gesto minuscolo, ma necessario per ricordarmi che ero ancora io.
La Stazione Centrale di Milano: rifugio, confine, sopravvivenza
Fu così che iniziò il nostro terzo giorno a Milano. Alla Stazione Centrale ci muovevamo spesso tra i corridoi, cercando di confonderci fra i viaggiatori. Verso le quattro e mezza del mattino saltammo giù dalla carrozza in movimento dove avevamo dormito, e alle cinque eravamo già nelle sedie vicino ai bagni dei binari. Uno dopo l’altro ci lavammo la faccia, sistemammo i vestiti, la barba, i capelli. Un rito quotidiano che ci restituiva almeno un frammento di ordinarietà. Poi mangiammo qualcosa delle nostre ultime scorte. Io, più che fame, avevo pensieri che pesavano.
Dovevamo imparare tutto: anche comprare un caffè. Prima ancora bisognava capire le lire italiane, le monete, le banconote, il valore delle cose. Un piccolo apprendistato alla vita quotidiana. Imparammo a usare i telefoni pubblici, a distinguere gettoni e monete.
Le prime telefonate a casa: voci che attraversano la paura
Avevo bisogno di chiamare a casa. In stazione cambiai alcune monete da 200 e 500 lire e scesi nella sala dei telefoni. C’erano anche le schede telefoniche da 5.000 e 10.000 lire, bellissime ma care per le nostre tasche. I primi tentativi furono un disastro: le monete cadevano subito nel fondo della macchina, senza permettermi di parlare. Ogni moneta era preziosa, e perderla era come perdere un pezzo di forza. Poi, caricando più monete insieme, riuscii a sentire la voce di mia moglie.

Ero emozionato, ma cercai di non farlo capire. Li rassicurai, anche se la nostra condizione era fragile, quasi disperata. Chi ha vissuto la clandestinità sa quanto pesa la voce al telefono quando la vita è sospesa.
Con ciò che avevo imparato aiutai i miei amici a fare le loro telefonate. Era ormai l’alba. Alle undici dovevamo incontrare, al Parco dei Rumeni, un connazionale conosciuto il giorno prima: ci aveva promesso di portarci in un luogo dove avremmo potuto mangiare un pasto caldo.
Uscimmo dalla stazione, e nella grande piazza davanti all’edificio aprii la cartina di Milano che avevo comprato, spendendo con fatica quelle poche migliaia di lire. Ma era indispensabile. Imparai rapidamente a orientarmi. Milano, con le sue linee severe e i palazzi eleganti, sembrava osservare il nostro passaggio con un distacco silenzioso.
Il Parco dei Rumeni: incontri, alleanze e prime mappe di sopravvivenza
Attraverso strade e incroci ritrovammo il parco. Ci sedemmo su una panchina, curiosi e un po’ timorosi. Dopo un quarto d’ora arrivò il nostro connazionale. Parlammo della notte appena trascorsa alla stazione e, poco dopo, ci guidò verso una mensa caritativa accanto a una chiesa, gestita dai frati cappuccini: “al Farini”, come la chiamava lui.
Il primo pranzo caldo: la Caritas come nuova frontiera di speranza
Ci mettemmo in fila lungo il muro. Il numero dei pasti era limitato, e bisognava arrivare presto per avere una possibilità. La fame era tanta, e le scorte portate dalla Romania stavano finendo. Quella mensa era per noi una speranza.
Entrammo senza problemi. Ai tavoli trovammo ordine, semplicità, brocche d’acqua quasi subito svuotate nell’attesa del cibo. Nell’aria si diffondeva un profumo rassicurante.
Pasta al pomodoro: un incontro che cambia la vita
E lì, alla Caritas, mangiai il mio primo piatto di pastasciutta: pasta al pomodoro e basilico. Non lo dimenticherò mai. Non fu solo cibo: fu un primo incontro con un’Italia concreta, quasi un rito di passaggio.

Me ne innamorai. In seguito la pasta sarebbe entrata nella mia alimentazione quotidiana; anni dopo anche nella cucina della mia famiglia, quando mi raggiunse in Italia.
La nostalgia della cucina rumena: ricordi che scaldano più del cibo
Quel piatto semplice mi riportò alla memoria la cucina di mia madre: la pasta bollita con latte e zucchero, o quel dolce di pasta e formaggio cotto al forno finché non diventava dorato. Erano ricette nate dalla scarsità, ma cariche d’amore. In quegli anni di razionamenti — 300 grammi di pane al giorno, tessere alimentari, ingredienti cercati nei villaggi — avevamo imparato a non sprecare nulla. Forse proprio quegli anni mi avevano temprato per affrontare la fame e le difficoltà della vita da emigrante.
Il pasto freddo delle 17 e le prime strategie di sopravvivenza
Alla fine di quel pranzo caldo venimmo anche a sapere che verso le cinque venivano distribuiti pacchi freddi: un uovo sodo, yogurt, merendina, fette biscottate, confettura, un succo. Un piccolo tesoro. Decidemmo di approfittarne: passammo un paio d’ore nel parco e tornammo puntuali alla mensa. I pacchi non erano molti, ma riuscimmo a prenderne uno ciascuno: ci sarebbe bastato per la sera e per la colazione.
Il pomeriggio lo trascorremmo camminando per Milano, con le nostre borse sempre addosso — pesanti, fastidiose, ma indispensabili. Erano la nostra casa e la nostra identità ridotta all’essenziale. Non avevamo un luogo dove lasciarle; dovevamo portarle sempre con noi.
Le notti nelle carrozze: fame, timore e piccoli passi avanti
Con il buio tornammo alla Stazione Centrale, il nostro rifugio. Dopo l’una ci spostammo verso le carrozze in sosta. Quella giornata era stata un piccolo passo avanti: eravamo sazi, informati, un po’ più ottimisti.
Ma quello non era un luogo sicuro. Due notti dopo venimmo a sapere che un nostro connazionale, che dormiva nelle carrozze dell’altro lato della stazione, era stato aggredito e accoltellato. Non gravemente, per fortuna, ma derubato di tutto.
La mattina seguente continuammo la nostra routine: lavarci, mangiare qualcosa, andare al parco, raccogliere informazioni da altri rumeni, leggere giornali trovati in stazione.
Il risotto che non avevamo mai assaggiato e l’inizio di una fragile speranza
Verso le undici tornammo alla mensa. Quel giorno servirono risotto: per noi una novità, diverso dal riso rumeno. Era squisito. Nel pomeriggio ritirammo il pacco freddo e, come sempre, tornammo alla stazione.
Una routine che non basta più: le prime crepe nel morale
Avevamo una routine, e ogni giorno imparavamo qualcosa. Non era abbastanza, ma ci dava forza. Io sentivo crescere dentro una calma determinazione. I miei amici, invece, iniziavano a vacillare. Lo avrei capito nelle settimane successive.








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