Il ritorno che diventa partenza
Forse fu una coincidenza, o forse il destino che si diverte con i suoi paradossi: iniziai a raccontare la mia vita da emigrante rumeno a Milano proprio durante una vacanza in Romania, nella mia città natale. Ogni estate, come un rito, tornavamo per due settimane. Due sole settimane, ma intoccabili. Finché uno dei nostri genitori fosse rimasto in vita, quei ritorni non potevano mancare. Erano una forma di fedeltà, un dovere, ma anche un respiro necessario.
Eppure, non tutte le estati furono uguali. Nei primi anni di permanenza in Italia, la clandestinità non mi permise di rientrare sempre, o di fermarmi a lungo. Furono anni lunghi, pesanti, corrosi dall’assenza. Anni in cui capii che la lontananza dagli affetti pesa più della fame.
Una vita lasciata alle spalle
Avevo trentadue anni quando partii. Dietro di me, un lavoro stabile, amicizie coltivate, una famiglia giovane, un posto conquistato passo dopo passo in una Romania che, nonostante le difficoltà, sapeva offrire almeno la certezza di un salario e di un ruolo sociale. Una vita modesta, ma dignitosa.
Poi, in due giorni e due notti di pullman, quel mondo svanì. Un viaggio lungo, teso, che avrebbe dovuto condurci a Nizza, in Francia, ma che si interruppe bruscamente a Milano. Mi ritrovai scaricato su un marciapiede sconosciuto, tra la stazione di Porta Garibaldi e via Melchiorre Gioia.
Allora c’erano solo piazzali polverosi, terreni incolti, parcheggi improvvisati e figure dall’aria equivoca. Oggi, trentaquattro anni dopo, quello stesso spazio è diventato il cuore pulsante della nuova Milano: Piazza Gae Aulenti, la Torre Unicredit, i grattacieli di vetro e acciaio, le fontane e le installazioni artistiche.

Un simbolo di modernità. Ma per me, allora, era solo terra di confine, sporca e marginale.
La prova più dura
Non fu la mancanza di denaro la ferita più profonda. Né la fatica di adattarmi. Fu la solitudine.
Il vuoto di una tavola senza famiglia. Un letto freddo. Il silenzio dopo una giornata che non ha nessuno da raccontare. È una sofferenza che non si può fingere. Solo chi l’ha provata la conosce.
La nostra scelta — la mia, di mia moglie, di mia famiglia — comportò quell’allontanamento doloroso. Eravamo una giovane famiglia, con sogni grandi. Fino a quando eravamo insieme, tutto sembrava sopportabile. Ma quel mattino, sceso dal pullman, guardando la folla indifferente che correva verso mete sconosciute, compresi che la “magia” era svanita. Restava soltanto la realtà. Dura. Nuda. E quella realtà aveva un nome: solitudine.
Il piccolo gruppo
Non ero del tutto solo. Con me, tre concittadini. Un fragile gruppo di sopravvivenza. Un’alleanza improvvisata che durò poco. Dopo due ore, il più giovane si allontanò; due settimane più tardi, anche un altro si “arrese”. Troppa incertezza. Troppa fame. Troppa paura. Prese gli ultimi soldi e tornò in Romania. Non seppi più nulla di lui.
Restammo in tre. E Milano, all’inizio di settembre del 1992, ci appariva come un universo immenso, affascinante e spietato.
La prima notte nel parco
La prima questione era il rifugio. Non potevamo dormire sul marciapiede. Sarebbe stata un’espulsione annunciata.
Così, seguendo un consiglio ascoltato sul pullman, ci infilammo in un parco. Non sulle panchine, troppo visibili. Ma sotto i cespugli, nascosti. Milano brillava di luci, ma noi eravamo invisibili, corpi stesi sulla terra umida, con le borse sotto la testa e i vestiti più pesanti addosso.

Parlammo a voce bassa. Poi tacemmo. Nessuno dormì. Restammo svegli, ciascuno perso nei propri pensieri. In Romania avevamo avuto vite dignitose: un letto pulito, un tetto sopra la testa. Ora, guardavamo il cielo filtrato dalle foglie, come mendicanti della notte.
All’alba, ci lavammo il viso a una fontana. L’acqua gelida ci scosse, fu come uno schiaffo e una carezza insieme. Riprendemmo a camminare. Capimmo che quella sistemazione non poteva durare. Serviva altro. Serviva inventare. Adattarsi. Sopravvivere.
Il Parco dei Rumeni
Fu al Parco di Piazza della Repubblica, davanti al Westin Palace, che trovammo la nostra prima bussola. Lo chiamavano “il Parco dei Rumeni”. Lì incontrammo i primi connazionali arrivati prima di noi.
Parlavano di Caritas, di dormitori, di pacchi viveri serali con una brioche, un frutto, un vasetto di marmellata. Informazioni preziose, oro per chi non aveva nulla.
Da loro apprendemmo che la sopravvivenza aveva i suoi luoghi segreti: il Rifugio Sammartini, il dormitorio di Viale Ortles, le mense dei Cappuccini, le Suore Missionarie della Carità, l’Opera San Francesco, la parrocchia di San Bartolomeo. Un mosaico di solidarietà che allora ignoravo, ma che sarebbe diventato parte della mia vita quotidiana.
Ma la domanda urgente rimaneva: dove dormire. E qualcuno ci parlò delle carrozze vuote della Stazione Centrale. Vagoni dimenticati, parcheggiati sui binari di notte, dove migranti e senzatetto trovavano riparo. Non era una soluzione. Era un ripiego. Ma era l’unica possibilità.
La Stazione Centrale
Il viaggio ci condusse infine alla Stazione Centrale. E lì, davanti a quella costruzione imponente, mi fermai. Chi conosce la stazione sa di cosa parlo: la sua maestosità, il piazzale che ne amplifica la grandezza, l’architettura che unisce monumentalità e grazia.
Avevo visto Bucarest, la “Parigi dell’Est”, e città come Iași, Cluj-Napoca, Timișoara, Costanța, Brașov. Ma la Stazione Centrale di Milano mi impressionò come una rivelazione. Rimase incisa nella mia memoria come simbolo dell’ingresso in un nuovo mondo: maestoso, sconosciuto, difficile da decifrare.
Dentro la stazione
Entrammo. Esplorammo corridoi, sale d’attesa, scale. Poi ci sedemmo, fingendo di essere turisti stanchi.
Andammo a turno nei bagni per lavarci, sistemarci. Io mi radevo con cura. La dignità, anche in clandestinità, era l’ultima difesa contro l’umiliazione. Non volevo cedere, non volevo apparire sconfitto.
Ma la paura era costante. Pattuglie di carabinieri, di polizia ferroviaria, di Guardia di Finanza sembravano ovunque. Forse erano poche, ma io le vedevo ovunque. Sentivo i loro passi, i loro sguardi. Ogni istante temevamo un controllo, un documento richiesto, un ordine di espulsione.
L’espulsione era la mia paura più grande. Non solo per la vergogna, ma perché tornare in Romania avrebbe significato tornare sconfitto. E io non potevo permetterlo.
Il denaro e la voce di casa
Ognuno di noi aveva nascosto un piccolo gruzzolo, un fondo da toccare solo in emergenza. Io ne avevo uno, e non l’avrei speso. Per il resto, ci arrangiavamo con pochi spiccioli in lire e dollari americani.

Ricordo ancora le monete da 200 e 500 lire, le banconote da 1.000, 2.000, le verdi da 5.000, le azzurre da 10.000. Le toccavo come reliquie, segni tangibili di un mondo che non era ancora mio.
Imparai a cambiare i dollari, a telefonare a casa. Nella parte bassa della stazione c’era una sala con telefoni pubblici. Ricordo i primi tentativi goffi, le monete che cadevano senza risposta, le linee interrotte. Poi, finalmente, una voce dall’altra parte: mia moglie, la mia famiglia. Poche parole, troncate dal segnale. Ma bastava. Bastava a dire che ero vivo.
Con 2.000 lire si poteva scambiare qualche parola. Tenevo le monete pronte, infilate a metà, pronte a scivolare dentro per allungare la conversazione.
Scoprii anche le schede telefoniche da 5.000 o 10.000 lire della Telecom Italia. Care, certo, ma indispensabili. Solo dopo alcuni giorni ne acquistai una. Cinquemila lire: per me, una fortuna. Ma erano un ponte. Un pezzo di plastica che mi teneva legato alla mia casa.
Il filo conduttore
Così trascorsero i primi giorni. Paura, stupore, solitudine. Ma anche la decisione di non cedere.
Lì, in quella cattedrale ferroviaria, tra marciapiedi e corridoi, mi ripetevo che non sarei tornato indietro. Non sarei tornato sconfitto.
La dignità, mi dicevo, non è un lusso. È l’ultimo rifugio quando non resta più nulla. E fu con questa convinzione che mi preparai ad affrontare il seguito: le notti nelle carrozze vuote della stazione, il primo contatto con un mondo che non avevo mai immaginato.








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