Dopo la prima ondata di licenziamenti del 1991, l’esodo dalla Romania divenne una realtà inevitabile. Nel giugno del 1992 si annunciava un nuovo massiccio ridimensionamento: si parlava di un migliaio di esuberi, ma alla fine furono molti di più. Secondo le informazioni raccolte in seguito, furono almeno duemila i lavoratori costretti ad abbandonare la fabbrica.
La dissoluzione della fabbrica
Il processo di smantellamento dell’azienda, avviato con i licenziamenti e proseguito con i prepensionamenti forzati tra il 1994 e il 1995, procedeva con un passo inarrestabile, irreversibile. La chiusura era già scritta nel destino dell’impresa sin dal 1990, subito dopo la rivoluzione: nessuno avrebbe potuto fermare il disastro.
Per questa seconda ondata di licenziamenti, la direzione adottò una regola apparentemente semplice ma inesorabile: se entrambi i coniugi lavoravano in fabbrica, solo uno dei due avrebbe potuto conservare il posto. Esistevano altre condizioni, ma quella era la più spietata. Nel mio caso, però, la situazione era diversa: ero stato eletto leader sindacale subito dopo la Rivoluzione del dicembre 1989 dai 105 membri della nostra organizzazione, composta da meccanici, manutentori e altri operai specializzati. Il contratto, firmato dalla direzione generale e dal sindacato aziendale, vietava espressamente il licenziamento dei rappresentanti sindacali, una tutela necessaria in una fase così drammatica per l’azienda e per l’intero settore industriale rumeno. Secondo la regola stabilita, dunque, avrei dovuto mantenere il mio posto di lavoro e mia moglie sarebbe stata costretta a lasciarlo.
La lotta sindacale e l’inevitabile declino
Ma la verità era un’altra: noi, i leader sindacali, come tutti i dipendenti, eravamo diventati inutili. Le nostre richieste venivano ignorate, le nostre proposte respinte senza neanche una finta considerazione. Ricordo un incontro con la direzione: parlavo con fervore, presentavo dati, argomentazioni, ma dall’altra parte del tavolo c’era solo un silenzio ostinato, uno sguardo assente, come se fossimo fantasmi che insistevano a discutere di un mondo che ormai non esisteva più. La nostra lotta somigliava sempre più a quella di Don Chisciotte, un disperato inseguimento di un’illusione, una battaglia già persa in partenza contro il vento che spazzava via le nostre speranze.
Mi pesava terribilmente. I miei colleghi mi conoscevano da anni, sapevano che lottavo per loro con sincerità, mi stimavano e proprio per questo mi avevano affidato la loro fiducia. Nei poco più di due anni in cui avevo ricoperto quel ruolo, ero riuscito a difendere alcuni di loro, a far valere i loro diritti nelle trattative con la direzione. Ma era stato come versare poche gocce d’acqua in un oceano in tempesta, mentre un’ondata distruttrice travolgeva tutto: la nostra organizzazione, l’intero stabilimento, i suoi 9500 dipendenti. Uno shock inevitabile, un maremoto che ci lasciava senza appigli.
La decisione di partire
Io e mia moglie Mirela ne parlammo a lungo, insieme alle nostre famiglie.

La situazione era chiara: uno di noi due doveva andarsene. All’inizio del 1992 presi una decisione. Mi presentai dal Direttore Generale, l’ingegnere Irofte, e proposi un’alternativa: sarei stato io a lasciare il posto, a patto che mia moglie potesse rimanere.
Così fu. Nel giro di due mesi, mi ritrovai senza lavoro, senza prospettive, in una città in cui non esistevano altre aziende capaci di offrire impiego. L’economia era ancora intrappolata nella rigidità del sistema comunista: le industrie erano statali, i grandi stabilimenti rappresentavano il cuore pulsante delle piccole e medie città, intere comunità dipendevano da essi.
L’inizio dell’esodo
Molti colleghi si trovarono nella mia stessa condizione: senza lavoro, senza alternative. Alcuni cercarono fortuna in piccoli lavori occasionali, altri provarono ad avviare attività improvvisate, ma le prospettive erano scarse. C’era chi finì per emigrare, affrontando rischi enormi, mentre altri rimasero intrappolati in una spirale di incertezza e precarietà. Ogni storia era diversa, ma il denominatore comune era uno solo: il futuro, che un tempo sembrava garantito, si era improvvisamente dissolto.
Il mio sguardo si rivolse altrove, verso un futuro che immaginavo possibile, seppur incerto. Dopo aver scartato diverse opzioni, mi concentrai sulla Francia e sull’Italia. Erano paesi in cui si parlavano lingue di origine latina, simili alla mia, paesi occidentali economicamente floridi, capaci forse di offrire un’opportunità. Avevo studiato il francese per otto anni, lo parlavo con disinvoltura, mentre dell’italiano sapevo poco, ma confidavo che la sua radice comune con il rumeno mi avrebbe facilitato l’apprendimento.
Un paese che si svuota
Nel frattempo, prendeva corpo un fenomeno che avrebbe segnato un’epoca: l’esodo dalla Romania. Le stazioni ferroviarie, le stazioni di bus e le agenzie di viaggio diventavano teatri quotidiani di partenze cariche di speranza e timore. I volti erano tesi, le mani stringevano valigie gonfie di tutto ciò che si poteva portare, mentre gli abbracci familiari si consumavano tra lacrime trattenute e sorrisi obbligati. Ogni treno o autobus in partenza era un frammento di nazione che si staccava e andava lontano.

Le voci correvano veloci tra le botteghe, nei mercati, per strada: c’era chi giurava di aver trovato lavoro in Spagna, chi sussurrava di viaggi finiti male al confine italiano. Intanto, il paese si svuotava lentamente. Le scuole contavano sempre meno studenti, i quartieri prima animati da voci e giochi infantili cadevano in un silenzio crescente. Porte sbarrate, finestre spente, strade percorse da un’eco nuova: quella dell’assenza. Era un esodo silenzioso, ma inarrestabile.
La scelta inevitabile
E così, tra voci che correvano di bocca in bocca, tra racconti di chi ce l’aveva fatta e di chi aveva fallito, anche io mi preparavo a partire. L’Occidente era una promessa incerta, un miraggio che si rifletteva negli occhi di chi partiva con una valigia colma di speranze. Restare significava rimanere prigionieri di una realtà che si sgretolava, di una città che si svuotava giorno dopo giorno. Guardai la mia casa, le strade che conoscevo da sempre, e sentii che il passato mi tratteneva, mentre il futuro mi chiamava altrove. Non avevo più scelta.
L’attesa di un’opportunità
Il mondo attorno a me correva veloce, senza tregua, un turbine di notizie, voci, informazioni che si rincorrevano senza mai fermarsi. Un flusso incontrollabile, spesso inaffidabile, in cui distinguere il vero dal falso era un esercizio di prudenza e di fortuna. Ma era in quel caos che avevo trovato ciò che cercavo, il filo sottile che conduceva a una possibilità concreta: un’agenzia di viaggi nella piazza centrale di Bacău, un nome che era rimbalzato fino a me attraverso racconti e suggerimenti di chi ci era già passato.
La mia città non offriva alternative: le poche agenzie presenti erano piccole, incapaci di rispondere alle esigenze di chi cercava qualcosa di più grande, di più lontano. A Bacău, invece, quell’ufficio era un crocevia di partenze, un luogo sempre affollato di uomini e donne con il cuore pieno di aspettative e le valigie pronte per salire su pullman diretti, quasi sempre, in Turchia.
Il passaporto in mano e lo sguardo rivolto a Occidente
Nel frattempo, avevo ottenuto il mio primo passaporto. Lo tenevo tra le mani con un misto di orgoglio e inquietudine, perché sapevo che quel piccolo libretto racchiudeva il senso della mia attesa, il peso della scelta che stavo per compiere.
All’inizio del 1992, un cartellone apparve nella vetrina dell’agenzia: un viaggio per la Francia. Non era il primo che organizzavano: mesi prima c’era stata un’altra spedizione con la stessa destinazione e tutto era andato liscio. Chi vi aveva partecipato era giunto a destinazione e vi era rimasto.
Forse, pensai, poteva essere la mia occasione. Ma il biglietto costava caro, e io lavoravo ancora. Non potevo permettermi una spesa simile senza prepararmi. Rimandai, dunque, consapevole che ogni giorno in più avrebbe reso l’attesa più lunga, il desiderio più acuto.








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