Per chi ha lasciato il proprio Paese, il ritorno non è mai soltanto un viaggio all’indietro. Con il passare degli anni cambiano i luoghi, cambiano le persone e cambiamo anche noi. Le strade sono ancora quelle della nostra giovinezza, le case conservano forme familiari, eppure qualcosa non coincide più con ciò che abbiamo custodito nella memoria. A un certo punto si può arrivare persino a sentirsi quasi ospiti nella città in cui si è nati e cresciuti.
Sono allora soprattutto i genitori, i fratelli, le sorelle e i parenti a tenere vivo il significato più intimo della parola casa. Finché ci sono loro, tornare conserva ancora il sapore di un ritorno vero.
Forse fu anche per questo che, dopo tanti anni trascorsi a viaggiare tra Romania e Italia, sentii il desiderio di invertire almeno una volta la direzione di quel lungo viaggio: non essere più soltanto io a tornare da mio padre, ma avere mio padre in Italia, accanto a noi, per mostrargli finalmente la vita che avevamo costruito lontano da casa.
E, soprattutto, per provare a realizzare un sogno che custodiva da molti anni: entrare almeno una volta nello stadio di San Siro.
Mio padre in Italia per la prima volta
Durante le ferie estive del 2003, proposi a mio padre di venire con noi in Italia.
Non fu facile convincerlo. Era profondamente legato alla sua casa di Buhuși, alle sue abitudini, al suo orto, alle galline, alla piccola officina meccanica nella quale passava tanto tempo a sistemare e riparare ogni genere di cosa. Per lui partire significava uscire da un mondo conosciuto e sicuro.
Dovemmo insistere, rassicurarlo, spiegargli che non avrebbe dovuto preoccuparsi di nulla e che avrebbe potuto restare quanto desiderava. Anche mia sorella, che era già stata da noi, lo incoraggiò. Alla fine accettò.
Io ne fui felicissimo, perché sapevo che mio padre custodiva un desiderio semplice ma importante: vedere l’Italia, conoscere Milano e, soprattutto, entrare almeno una volta nello stadio di San Siro.
Partimmo in quattro: io, Mirela, Alex e mio padre.
Già il viaggio fu per lui una scoperta. Attraversata la frontiera tra Romania e Ungheria, rimase colpito dall’autostrada, dalla qualità della strada, dalla comodità e dalla velocità con cui si potevano percorrere grandi distanze. Anche una sosta in autogrill diventò una piccola esperienza nuova. Guardava tutto con curiosità, e io ero contento di vedere che il lungo tragitto attraverso diversi Paesi europei non gli pesava.
Terno d’Isola: mio padre dentro la nostra vita italiana
Una volta arrivati a Terno d’Isola, cercammo di fargli conoscere il più possibile il mondo nel quale vivevamo.

A casa gli avevamo preparato un letto vicino alla finestra e facemmo tutto ciò che potevamo perché si sentisse a suo agio. Nei primi giorni Alex era ancora in vacanza e poteva rimanere con lui mentre io e Mirela lavoravamo. Più tardi, quando cominciò la scuola, mio padre dovette trascorrere alcune ore da solo e allora capii quanto fosse forte il suo legame con la propria casa. Non gli piaceva uscire da solo, non conosceva nessuno e non sentiva quei luoghi come propri. Gli mancavano il suo orto, le sue galline, la sua officina e la piccola geografia quotidiana della sua vita.
Da Bergamo a Casteggio, i luoghi della mia storia
Per non lasciargli troppo spazio alla nostalgia, cercammo di riempire le giornate di incontri e di visite.
Gli facemmo conoscere Terno d’Isola, il paese che era diventato la nostra casa italiana, e poi Bergamo. Passeggiammo nella Città Bassa e nella Città Alta, tra le mura, le piazze e i vicoli. Mio padre osservava ogni cosa con attenzione.
Un altro viaggio importante fu quello a Casteggio e nell’Oltrepò Pavese.
Lì andammo a trovare la signora Luisa, una delle persone che mi aveva aiutato negli anni più difficili della mia esperienza in Italia. Mio padre teneva molto a conoscerla e a ringraziarla personalmente. Per lui significava incontrare qualcuno che, in un momento in cui era lontano e non poteva fare nulla per me, aveva offerto un aiuto concreto a suo figlio.

Visitammo anche le colline dell’Oltrepò, i vigneti e quei luoghi dei quali gli avevo parlato tante volte.
Poi arrivò Milano.
Ma Milano, per mio padre, significava soprattutto San Siro.
Il calcio, mio padre e le domeniche della mia infanzia
Il calcio era sempre stato una delle sue grandi passioni. Da giovane aveva giocato a livello dilettantistico e aveva sempre seguito con entusiasmo la Textila Buhuși, la squadra storica della nostra città, legata alla grande fabbrica tessile, e la Dinamo Bacău, che militava ai massimi livelli del calcio rumeno. Quando ero bambino, spesso mi portava con sé a Bacău per vedere le partite più importanti. A volte andavamo in autobus organizzati, altre volte in treno. Quelle domeniche facevano parte della mia infanzia.
Inoltre era un appassionato giocatore del Totocalcio. Per più di cinquant’anni aveva compilato schedine, discusso pronostici con gli amici, seguito squadre rumene e italiane. Conosceva i nomi dei club, dei calciatori, delle città. Dietro quella perseveranza c’era certamente il piacere del gioco, ma forse anche una speranza tipica di chi ha vissuto una vita modesta: l’idea che una vincita potesse, un giorno, cambiare il destino della propria famiglia.
Per questo volevo tanto portarlo allo stadio.
Chiesi aiuto a un nostro amico di famiglia, tifoso del Milan, iscritto a un Milan Club bergamasco e abbonato alle partite casalinghe. Riuscimmo ad avere i biglietti per la prima partita del Milan in casa.
Quella domenica partimmo dalla Bergamasca in pullman insieme a molti tifosi rossoneri. Io, Alex e mio padre eravamo seduti tra persone che parlavano della formazione, facevano pronostici e aspettavano la partita con entusiasmo.
San Siro: il sogno di mio padre diventa realtà
Entrare a San Siro fu la realizzazione di un sogno.

Il Milan vinse 2-1 contro il Bologna. Mio padre poté vedere dal vivo una squadra allenata da Carlo Ancelotti e tanti campioni che conosceva benissimo: Costacurta, Nesta, Gattuso, Pirlo, Seedorf, Rui Costa, Serginho, Cafu. I gol del Milan furono segnati da Andrij Ševčenko e Filippo Inzaghi. Paolo Maldini e Kaká non erano disponibili quella sera, ma questo non diminuì la sua felicità.
Per lui fu una vera festa del calcio.
Vedere lo stadio pieno, sentire il rumore del pubblico, assistere a una partita vera con quei giocatori a pochi metri di distanza, condividere tutto questo con me e con Alex trasformò quella domenica in qualcosa di molto più grande di un semplice evento sportivo.
Nel viaggio di ritorno il pullman era pieno di tifosi felici per la vittoria. Si commentavano i gol, si ripercorrevano le azioni, si parlava della partita. Mio padre era entusiasta.
Pochi giorni dopo, però, volle tornare in Romania.
La nostalgia aveva avuto la meglio. Non voleva trascorrere le mattine da solo, non gli interessava passeggiare in un luogo in cui non conosceva nessuno. Gli mancava la sua casa, con tutto ciò che per lui significava normalità.
Gli prenotai quindi un posto su un pullman diretto in Romania. Sarebbe arrivato fino a Bacău, dove mia sorella e mio cognato sarebbero andati a prenderlo per accompagnarlo a Buhuși.
Quello che mio padre non riusciva a dirci
Soltanto l’estate successiva compresi fino in fondo quanto quell’esperienza gli fosse piaciuta.
Con noi aveva parlato poco, come sempre. Mio padre era un uomo riservato, severo, poco incline a mostrare i propri sentimenti. Ma i suoi amici ci raccontarono che parlava continuamente dell’Italia, della nostra vita, di Bergamo, di Casteggio, di Milano e soprattutto di San Siro.
Raccontava con orgoglio di essere entrato nello stadio insieme a me e ad Alex, di avere visto giocare tanti campioni, di avere viaggiato con i tifosi del Milan.
Fu così che capii quanto fosse stato felice e quanto fosse fiero di noi.
Mio padre non era un uomo che sapeva dire facilmente certe cose. Era stato un padre esigente, a volte duro, e proprio il confronto con il suo carattere aveva alimentato in me, fin da ragazzo, un forte desiderio di indipendenza e di libertà. Con mia madre avevo avuto un rapporto diverso, più affettuoso e immediato. Lei era morta nel dicembre del 1993, a soli cinquantasette anni, e uno dei miei grandi rimpianti è non aver potuto offrirle qualcosa di simile.
Ma anche verso mio padre ho sempre provato rispetto e riconoscenza.
Con il tempo ho capito che non tutti sanno voler bene nello stesso modo. Alcuni lo dicono con le parole, altri lo nascondono dietro il carattere, il lavoro, la severità. Mio padre apparteneva a questi ultimi.
Per questo, sapendo quanto raccontava di quel viaggio, compresi che anche quella visita era stata una forma di dialogo tra noi.
Da bambino era stato lui a portarmi allo stadio di Bacău.
Molti anni dopo ero stato io a portare lui, insieme a suo nipote, dentro San Siro.
Forse non ci siamo mai detti tutto.
Ma quella domenica, in mezzo a migliaia di persone, qualcosa ce lo eravamo detto lo stesso.









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