Il mio primo ritorno in Romania dopo l’Italia, dopo quasi un anno e mezzo trascorso lontano da casa, non fu semplicemente un viaggio di rientro. Fu una frattura interiore, un passaggio improvviso tra due vite diverse, come se il destino avesse deciso di concentrare in pochi mesi tutto ciò che un uomo può perdere, ritrovare e comprendere di sé stesso.
Ero partito dall’Italia con la nostalgia nel cuore e con il desiderio semplice di riabbracciare la mia famiglia. Tornai invece trovando una realtà che mi avrebbe cambiato per sempre: il dolore della perdita di mia madre, la nascita prematura di mio figlio, la malattia di mia moglie, la crisi economica che stava travolgendo la Romania e la consapevolezza che, forse, non esisteva più alcun futuro per noi nella nostra città.
Quel ritorno in Romania dopo l’Italia non rappresentò la fine del mio viaggio da emigrante, ma l’inizio di una scelta ancora più difficile: partire di nuovo, lasciare ancora una volta la mia famiglia e cercare lontano da casa una possibilità di vita migliore.
Il ritorno a casa segnato dal lutto
Il dolore più grande arrivò immediatamente: la perdita di mia madre. Una ferita che mi colpì nel momento stesso in cui scesi dal treno e che modificò profondamente il mio modo di guardare il futuro. Compresi allora che qualcosa dentro di me si era spezzato definitivamente e che, forse, nulla mi tratteneva più davvero in quella città della Romania dove ero cresciuto, dove avevo lavorato per quattordici anni come perito metalmeccanico nella stessa grande fabbrica in cui avevano lavorato anche i miei genitori, i miei nonni, mia moglie e i miei suoceri.
La nascita di Alex in mezzo alla paura
Eppure, proprio mentre il lutto sembrava travolgere ogni cosa, la vita decise di imporsi con forza inattesa. Nel giro di pochi giorni arrivò la nascita prematura di mio figlio Alex.

Quell’evento improvviso, accompagnato dalle gravi complicazioni di salute affrontate da mia moglie Mirela, trasformò il dolore in qualcosa di diverso: una responsabilità assoluta, concreta, che mi obbligava a guardare avanti.
Mirela, l’ospedale e il ritorno alla vita
Mirela dovette affrontare un intervento difficile e un lungo periodo di ricovero, mentre il bambino cresceva lontano da lei nelle prime settimane di vita. Furono giorni di paura, di attese, di silenzi pesanti. Ma quando finalmente andai con mio suocero a riportarla a casa, dopo settimane di cure, sentii che, nonostante tutto, la nostra piccola famiglia stava ricominciando a respirare.
La forza silenziosa della famiglia
Per un periodo vivemmo dai miei suoceri, che si presero cura di Alex con un amore assoluto. Quel bambino era diventato il centro delle loro giornate, una piccola luce capace di attraversare la stanchezza e le incertezze di quegli anni difficili. Poi, quando Mirela si ristabilì completamente, tornammo nel nostro appartamento. Una casa semplice, ancora incompleta, ma finalmente nostra. Una normalità fragile, costruita con sacrificio e dignità.
In quei mesi mantenni sempre i contatti con la signora Luisa, la donna italiana che aveva già aiutato la nostra famiglia permettendo a Mirela di raggiungermi in Italia nel 1993 grazie a un invito ufficiale. Le raccontai tutto: la morte di mia madre, la nascita prematura di Alex, la malattia di Mirela e il suo lento miglioramento. Lei seguiva la nostra storia con sincera partecipazione, quasi fosse parte della nostra famiglia.
Le medicine rimaste inutilizzate e il bisogno degli altri
Fu allora che ripensai anche alle medicine che mi aveva regalato per mia madre prima del mio ritorno in Romania.

Erano medicinali costosi, difficili da trovare, che avevo portato con me dall’Italia con la speranza di poterla aiutare. Ma ormai non servivano più. Rimanevano lì, nel mobile del soggiorno, come una presenza silenziosa e dolorosa.
Quelle medicine, però, finirono per aiutare altre persone. Un ex collega della fabbrica, al quale anni prima avevo insegnato il mestiere, mi confidò che sua madre soffriva della stessa malattia che aveva portato via mia madre. Decisi allora, insieme a Mirela, di regalargli tutto ciò di cui aveva bisogno. Ricordo ancora i suoi occhi lucidi di riconoscenza mentre portava via quelle borse piene di medicinali. Non volli accettare denaro. Quelle medicine erano state donate a me, e sentivo che dovevano continuare a essere un dono.
Il crollo della fabbrica e la crisi della Romania
La situazione economica della Romania peggiorava rapidamente. La grande fabbrica della nostra città, che fino al 1989 dava lavoro a più di novemilacinquecento persone, stava crollando sotto il peso delle nuove politiche economiche seguite alla caduta del regime comunista. Licenziamenti, prepensionamenti, disoccupazione: intere famiglie venivano travolte da una crisi improvvisa e brutale.
Anche io e Mirela eravamo stati colpiti da quelle nuove regole. Nelle famiglie in cui marito e moglie lavoravano entrambi in fabbrica, uno dei due doveva perdere il posto. Scegliemmo che fosse lei a restare, mentre io lasciai il lavoro con la speranza di trovare una soluzione altrove. Da quella decisione nacque, poco alla volta, la mia scelta di emigrare in Italia.
Quando tornai in Romania nel gennaio del 1994 speravo di trovare qualche miglioramento. Invece la situazione era peggiorata ulteriormente. Una nuova ondata di prepensionamenti aveva svuotato la fabbrica e la nostra città si stava lentamente spopolando. Sempre più persone partivano per l’Italia. Si era sparsa la voce che lì, nonostante le difficoltà, esisteva almeno la possibilità di costruirsi una vita dignitosa.
Anch’io capii che quella era ormai l’unica strada possibile.
Arredare una casa mentre il futuro diventa incerto
Intanto la vita quotidiana continuava. Arredavamo lentamente il nostro appartamento con i soldi guadagnati in Italia: la camera da letto in legno, la vetrina, i tappeti, i divani enormi e pesantissimi che riuscimmo a portare fino al terzo piano soltanto grazie all’aiuto di alcuni ragazzi del quartiere.

Erano mobili belli, solidi, scelti con cura. Ma ogni acquisto rendeva sempre più evidente una realtà inevitabile: il denaro stava finendo.
Fu allora che compresi definitivamente che avrei dovuto ripartire.
Prepararsi a lasciare di nuovo la famiglia
Cominciai allora a preparare seriamente la mia ripartenza. Cercavo informazioni ovunque: indirizzi, numeri di telefono, nomi di persone già emigrate. Ogni piccolo dettaglio poteva diventare importante. Nel frattempo nostro figlio cresceva. A sei mesi era già pieno di vita, curioso di tutto, e io passavo ogni momento libero a osservarlo, sapendo che presto avrei dovuto separarmi ancora da lui.
Fu proprio pensando ad Alex che trovai il coraggio definitivo di partire di nuovo. Sapevo che mi sarei perso tanti momenti della sua crescita, ma ero convinto che quei sacrifici fossero necessari per garantirgli un futuro diverso dal mio, una vita senza le privazioni e le paure che avevano segnato la mia generazione.
Con l’aiuto della signora Luisa ottenni un nuovo invito turistico per l’Italia. Nel frattempo mi iscrissi alla scuola guida, convinto che avere una patente mi avrebbe aiutato a trovare lavoro. Scelsi però soltanto la patente B, rinunciando a quella per i camion per motivi economici e di tempo. Una decisione della quale mi sarei pentito poco dopo, una volta tornato in Italia.
Le interminabili file davanti all’ambasciata italiana
Ad agosto del 1994 partii per Bucarest per richiedere il visto presso l’ambasciata italiana. Davanti all’edificio trovai file interminabili di persone provenienti da tutta la Romania. Ognuno aveva la propria storia, il proprio motivo per voler partire. Alcuni dormivano addirittura nelle automobili parcheggiate lungo la strada pur di non perdere il turno.

Alla fine, grazie a un intermediario che per 150 dollari si occupò di presentare la mia documentazione, riuscii a ottenere la richiesta ufficiale del visto. Quando, una settimana dopo, tornai a ritirare il passaporto con il visto d’ingresso per l’Italia, capii che la mia nuova partenza era ormai inevitabile.
Il visto per l’Italia e gli ultimi giorni in Romania
A casa continuammo i preparativi. Mirela e Alex si sarebbero trasferiti temporaneamente dai miei suoceri, così da poter affrontare insieme il lungo inverno e risparmiare sulle spese. I miei suoceri erano felici di vivere accanto al nipotino, mentre io cercavo di preparare il bagaglio e il cuore a una nuova separazione.
Questa volta, però, la partenza aveva un sapore diverso. Non c’era più l’incoscienza della prima volta. Sapevo già cosa significasse vivere lontano dalla propria famiglia, affrontare la solitudine, l’incertezza, la paura. Eppure sentivo che non avevo altra scelta.
Settembre 1994: la seconda partenza verso Milano
Così, una mattina della prima settimana di settembre del 1994, accompagnato da Mirela, salii su un piccolo pullmino diretto a Bacău. Da lì avrei preso un pullman più grande per Milano.
Stava iniziando un nuovo capitolo della mia vita da emigrante rumeno in Italia.








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