Ci sono esperienze che non passano, anche se il tempo tenta di sbiadirle. Le danze folcloristiche in Romania, per chi le ha vissute da dentro, non sono solo ricordi: sono melodie che continuano a vibrare sotto la pelle, ritmi impressi nel corpo prima ancora che nella memoria.
La danza come resistenza: un corpo contro l’uniformità
Far parte di un gruppo di danze folcloristiche nella Romania comunista non era solo un passatempo o un’occupazione serale; era una forma di resistenza, una via di fuga dalla monotonia imposta, un modo per vivere — davvero — dentro un sistema che ti voleva prevedibile e disciplinato.
La mia giovinezza, come quella di milioni di altri, si svolse all’interno di una società rigidamente controllata, dove ogni aspetto della vita era regolato dallo Stato e dalla sua ossessione per l’uniformità. I giorni si susseguivano con l’inesorabilità di un turno in fabbrica: lavoro, casa, riunioni sindacali, esercitazioni di tiro, riposo e poi di nuovo lavoro. Una catena chiusa, senza spiragli. Ma per noi giovani, che non avevamo ancora sulle spalle il peso di una famiglia da mantenere, esistevano delle vie di fuga. Il corpo, il movimento, la passione — erano questi gli spiragli da cui far filtrare l’aria.
L’incontro con il ballo: una scoperta che cambia la vita
Per me, la via si aprì attraverso il calcio, la danza e, per un breve periodo, il Karate-Do. Il calcio era una passione antica, trasmessa da mio padre; la danza, invece, fu una scoperta folgorante. Ballare non era solo muoversi: era affermare la propria identità in un mondo che ti voleva senza volto. Ogni sabato sera, in discoteca, nella grande sala della Centro culturale dei Sindacati, si danzava come se la musica potesse sciogliere le catene invisibili che ci stringevano.

Fu lì che un giorno mi notò il direttore della Centro culturale dei Sindacati. Avevo appena ventun anni. Dopo un breve colloquio e una prova pratica, fui invitato a entrare nel gruppo di danze folcloristiche cittadino, una compagnia di lunga tradizione, sostenuta dal potente sindacato della fabbrica dove lavoravo. Accettai con entusiasmo, nonostante sapessi che avrebbe significato sacrificare il già poco tempo libero che avevo.
Tra fabbrica e coreografie: una quotidianità scolpita nel ritmo
Le giornate divennero lunghe, faticose, ma incredibilmente dense. Fabbrica al mattino, allenamenti di calcio nel tardo pomeriggio, prove di danza alla sera. Ma era proprio quella fatica a rendere tutto vero: il sudore, la stanchezza, il battito sincronizzato di quarantotto piedi sul pavimento erano la misura della nostra libertà conquistata.
Sincronie e sacrifici: l’arte dell’armonia perfetta
Nel nostro gruppo nulla era lasciato al caso. Ogni movimento veniva provato fino allo sfinimento, fino a diventare un gesto puro, perfettamente coordinato. La nostra forza era proprio quella: la sincronizzazione assoluta, l’armonia collettiva che ci faceva diventare una sola cosa. Non danzavamo per esibirci: danzavamo per esistere. E quando, durante le prove, la musica si interrompeva e noi continuavamo a muoverci al solo ritmo dei passi, si udiva un suono solo — compatto, pulito — come se un solo corpo danzasse. Gli altri gruppi ci conoscevano, ci rispettavano, ci temevano.
A guidarci erano due persone speciali, Nea Iftimie e sua moglie, Signora Jana. Istruttori esperti e ballerini eccellenti, erano i nostri compagni nella prima fila e anche i nostri amici più cari. Con loro ho condiviso più di dieci anni della mia vita, e quando ho saputo che Nea Iftimie non c’era più, un pezzo di quella storia si è spezzato.
Danza, orgoglio e riconoscimento: premi, TV e un nome su “Scînteia”
Ogni evento era un’occasione per misurarci, per migliorarci. Ricordo con emozione la partecipazione a un concorso interregionale: lo spettacolo fu registrato e trasmesso sulla TV nazionale. Desideravamo ardentemente vederci in video, essere riconosciuti, raccontarci al mondo.

Con una certa astuzia — e una buona dose di diplomazia — riuscimmo a ottenere che le telecamere si soffermassero più volte su di noi. Quando finalmente ci vedemmo in televisione, fu una gioia condivisa, una piccola grande ricompensa per l’impegno collettivo. Non meno emozionante fu la menzione su Scînteia, il giornale ufficiale del Partito: il mio nome, quello della mia partner e dei nostri istruttori, tutti stampati nero su bianco. Una consacrazione.
Oltre la scena: amicizie, sudore e un’umanità salvata
Ma non era solo gloria. Era anche appartenenza. Le serate dopo le prove, quando trasformavamo la sala in una discoteca tutta nostra, restano tra i ricordi più vivi. Musica, risate, birra, amicizie. Il sudore impregnava i vestiti, l’odore del puro lino dei costumi si mescolava con quello acre della fatica condivisa. E con noi c’era sempre lui, il signor Mișca, direttore della Centro culturale dei Sindacati, uomo discreto e appassionato, che ci seguiva ovunque e che, pur rappresentando il sistema, ci trattava come figli. Il potere non è sempre impersonale, e in certe pieghe della storia si annidano figure che, pur dentro l’apparato, riescono a salvare l’umano.
Il Canto della Romania: un festival per la gloria del Partito
La cornice in cui tutto questo accadeva era però più ampia e poderosa. Dal 1976, il Consiglio per la Cultura e l’Educazione Socialista aveva lanciato una gigantesca impresa ideologica: il Festival Nazionale Cântarea României, ovvero “Il Canto della Romania”.

Un evento ciclico, organizzato ogni due anni, strutturato in quattro fasi: locale, regionale, interregionale e nazionale. Vi partecipavano centinaia di migliaia di cittadini, professionisti e amatori, provenienti da ogni angolo del Paese, dal più remoto villaggio fino alla capitale. Una sorta di olimpiade culturale al servizio del Partito.
Ogni edizione culminava in uno spettacolo finale, il 23 agosto, nello stadio omonimo di Bucarest, il più grande del paese, capace di contenere oltre 60.000 spettatori.
Bucarest, agosto: danzare sotto la propaganda
Tra i momenti più intensi, impossibile non ricordare le estati a Bucarest, durante i preparativi per lo spettacolo nazionale del 23 agosto, festa della Liberazione. Per settimane, ospitati nel campus studentesco, ci allenavamo ogni giorno per uno show grandioso che si svolgeva alla presenza del presidente Ceausescu e dell’intera nomenclatura. Il rumore delle scarpe sulle assi del palco umido d’estate diventava il ritmo quotidiano delle nostre giornate. Ballavamo per la propaganda, è vero — ma sotto la propaganda, ballavamo per noi stessi. Alla sera, le camerate si trasformavano in sale da ballo, e ogni piano del campus era una discoteca improvvisata. Si dormiva poco, si rideva molto, nascevano simpatie, amicizie, nuovi amori. Si viveva come in un sogno.
Ero giovane, e in quel tempo sospeso tra le prove e la musica, tra i riflettori e le risate, imparavo che esistevano mondi paralleli anche dentro una dittatura.

Anche il 23 agosto aveva la sua retorica: sfilate, cori sincronizzati, slogan per il Partito. Ma noi trovavamo un senso diverso dentro quella ritualità obbligata. Partecipare a quel grande spettacolo era un onore, e solo chi superava tutte le fasi del Festival Cântarea României — locale, regionale, interregionale e nazionale — poteva salire su quel palco. Noi ci siamo riusciti più volte, e ogni volta era come toccare il cielo con un piede scalzo.
L’inizio di ogni nuovo ciclo: il battito non si ferma
Alla fine, ogni gruppo tornava alla propria città, alle fabbriche, alla vita scandita dalla sirena delle 6:40, delle 6:50 e delle 15:05. Ma dopo una o due settimane si ricominciava. Serviva apprendere nuovi balli, nuove danze tradizionali provenienti da altre regioni del Paese: il Maramureș, la Moldavia, la Transilvania, l’Oltenia. L’entusiasmo non si spegneva. Anzi. Era la nostra finestra aperta sul mondo.
Ogni volta, al rientro in fabbrica, oltre al consueto stipendio, ricevevamo anche un premio monetario. In genere, il 23 agosto era una delle poche occasioni durante l’anno in cui venivano erogati premi straordinari. Quella somma extra — che poteva valere anche il 30% dello stipendio mensile — faceva la differenza. A quei tempi, il denaro era scarso e aveva un peso specifico altissimo. Ogni premio era un respiro in un’economia asfittica.
C’erano sempre anche gli spettacoli di fine anno, quelli che si preparavano nei mesi freddi di novembre e dicembre: per Natale, per Capodanno. Erano tra i più belli. Ma di quelli preferisco parlarvi un’altra volta, perché meritano un racconto a sé, denso e pieno di calore.
Dopo la rivoluzione: resistere anche senza sostegno
Poi venne la rivoluzione del 1989, e con essa la fine di un’epoca. Molti gruppi culturali scomparvero, privati dei fondi sindacali. Fabbriche chiudevano, città intere cambiavano volto, e con loro crollava anche il sistema che aveva sorretto la cultura popolare. Ma non tutto si dissolse. Il nostro gruppo resistette ancora, grazie alla generosità di un ex ballerino emigrato durante il comunismo e divenuto sponsor privato. Un gesto di riconoscenza, forse, o di fedeltà alle radici.
Partecipammo ancora a festival, nazionali e internazionali. Ricordo uno in particolare, con un gruppo siciliano, tra danze e dialetti che si intrecciavano come fili di un unico tessuto. Esperienze intense, che rivelavano quanto la cultura popolare sia la vera lingua franca dei popoli.
L’addio alla scena: quando il palcoscenico diventa memoria
Poi, per me, arrivò il tempo della partenza definitiva. La primavera del 1992 segnò la fine di quel ciclo. Presentai le dimissioni dal lavoro e partii per l’Italia. Un altro mondo, un’altra storia. Ma tutto ciò che ero diventato fino ad allora, lo dovevo anche a quei dieci anni di danza. Al sudore delle prove, alla complicità delle notti, alla bellezza dei costumi tradizionali, alla voce dei violini, agli occhi complici della mia partner sulla scena.
Ballare, in fondo, era il mio modo di dire: “Ci sono anch’io. E non mi arrendo.”
Cosa resta oggi: la libertà che nasce dal gesto
E oggi, a distanza di decenni, mi accorgo che quella resistenza quotidiana, silenziosa, intrecciata con il ritmo e con la gioia, mi ha insegnato qualcosa che ancora vale: che si può danzare anche dentro i vincoli, che si può creare bellezza anche sotto un regime, che il corpo può parlare quando le parole non bastano. Forse è questo che, in fondo, resta: la consapevolezza che in ogni epoca, in ogni sistema, anche il più chiuso, c’è uno spazio per la libertà. Basta saperlo ascoltare.








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