Continuando il racconto iniziato con Il percorso verso la maturità: educazione ed esperienza del servizio militare, e sviluppato ulteriormente con L’esperienza del servizio militare nella Romania comunista e La dura scuola dell’esercito rumeno: addestramento, guardia e scelte decisive.
L’Arte della Guerra: simulazioni sul campo
Le esercitazioni militari rappresentavano il culmine dell’addestramento, la prova concreta di quanto avevamo appreso nei mesi di disciplina e fatica. Erano vere e proprie simulazioni di guerra, organizzate in varie regioni della Romania per verificare la capacità delle truppe di agire in condizioni estreme. Per noi, giovani soldati del Genio Pontieri, significavano affrontare il freddo, la paura, la notte e l’acqua — elementi che, più della teoria, forgiavano il carattere.
L’inverno sul fiume Moldova
La prima esercitazione si svolse nel marzo del 1979, sul fiume Moldova, a nord di Roman. L’inverno, ostinato, non voleva ancora cedere il passo. La neve copriva il terreno e lastre di ghiaccio galleggiavano sull’acqua. La nostra compagnia doveva collaborare con un’unità di fanteria e con una di carri armati in una simulazione d’attacco: i fanti avrebbero attraversato il fiume per primi, seguiti dai carri, con il nostro supporto tecnico.

Io e altri tre commilitoni eravamo addetti ai gommoni. Trasportavamo di continuo piccoli gruppi di soldati, nove alla volta, con il loro comandante ed equipaggiamento. Ogni traversata era un brivido — non solo per il freddo tagliente, ma per il frastuono dei TAB, i veicoli corazzati che sparavano a salve, riempiendo l’aria di detonazioni assordanti. Era la prima volta che sentivo quel tuono metallico, e il cuore sembrava battere al ritmo dei colpi.
Quando scese la sera, il vento portò con sé una fitta neve. Dovevamo garantire la sicurezza dei pontieri che stavano allestendo una struttura di attraversamento per i carri armati. Il tratto del fiume non era profondo, e i pontoni vennero legati con un robusto cavo d’acciaio, secondo un principio antico, lo stesso che fa muovere il Traghetto sull’Adda di Imbersago: la forza della corrente usata come motore naturale. Ma quella notte la corrente divenne troppo forte. Il cavo cedette e la zattera, con sopra un carro armato, fu trascinata via.
Gli ufficiali ordinarono anche a noi, equipaggi dei gommoni, di intervenire. Fummo costretti a saltare, scendere nell’acqua gelida per agganciare un nuovo cavo: un contatto diretto con la paura, la neve che cadeva fitta, i frammenti di ghiaccio che urtavano le gambe. Alla fine, un altro carro armato riuscì a trainare la zattera verso la riva. Eravamo salvi, ma intirizziti e bagnati fino alla pelle.
Quella notte cercammo riparo in una grande tenda militare, ma il pavimento era umido e l’acqua filtrava da ogni parte. Ci inviarono allora nel villaggio più vicino. Il sindaco, svegliato d’urgenza, ci accolse nella scuola locale. Le aule si trasformarono in rifugi improvvisati: pavimenti coperti di paglia, coperte distribuite alla meglio, divise asciutte arrivate nottetempo da Roman. Ricordo il vapore che saliva dai nostri vestiti e dai corpi infreddoliti, una nebbia calda di resistenza e umanità.
All’alba, tornammo al campo. Il fiume aveva inghiottito parte delle nostre attrezzature — piatti di alluminio, tazze, strumenti — ma nessuno si lamentò. Caricammo ciò che restava sui camion e rientrammo in caserma. Quella notte sul Moldova fu la nostra prima vera prova: capimmo che il nemico, più che invisibile, era la natura stessa.
Il fiume Siret e la lezione del giubbotto di salvataggio
Qualche mese più tardi, nell’estate del 1979, un’altra esercitazione ci condusse sul fiume Siret, a sud di Roman, vicino a Bacău. Questa volta il cielo era limpido e l’aria vibrava di calore. Io e un commilitone, con il nostro gommone e il motore fuoribordo, scortavamo due ufficiali in ricognizione. Dovevamo scegliere il punto più adatto per un nuovo attraversamento dei carri armati.
Ogni dettaglio era regolato con rigore: nessuno poteva salire a bordo senza il giubbotto di salvataggio, neppure i comandanti. Era una regola assoluta, che osservavamo con orgoglio. Quando gli ufficiali individuarono il luogo ideale, fissammo il gommone alla riva, esplorammo il terreno e tornammo alla base per prepararci alla manovra del giorno successivo.
Il mattino dopo, caricammo di nuovo tutto sul camion e ci dirigemmo al fiume. Scesi dal gommone per fissarlo, nello stesso punto del giorno precedente, ma il terreno era mutato: l’acqua aveva scavato una buca profonda e io sprofondai di colpo.

Solo il giubbotto mi riportò in superficie. Non sapevo nuotare bene, e quel piccolo gesto automatico — indossare l’equipaggiamento — mi salvò la vita. Mi issarono a bordo, fradicio e pallido, ma con la certezza che la disciplina, tanto invisa ai giovani soldati, a volte è un’àncora di salvezza.
Ci spostammo di qualche decina di metri e assistemmo all’esercitazione. I carri armati, preparati per l’immersione, avanzavano nel fiume fino a scomparire sotto la superficie, lasciando visibile solo un tubo di ventilazione fissato sulla torretta. Poi, emergendo lentamente, scuotevano l’acqua come bestie d’acciaio risvegliate. Sembrava un rito arcaico, la fusione tra macchina e natura. Guardandoli riemergere, capii che la guerra, anche simulata, è sempre un dramma di elementi: ferro, fango, respiro.
L’esercitazione terminò senza incidenti. Eppure, ogni volta che ripenso a quel giorno, mi rivedo galleggiare impotente, tenuto a galla da un giubbotto che allora mi pareva solo una formalità. Capivo, forse per la prima volta, che l’obbedienza non è cieca sottomissione, ma una forma di conoscenza: accettare che l’esperienza degli altri, codificata in regole, può salvarti la vita.
Sendreni, tra il Siret e il Danubio
L’ultima e più impegnativa esercitazione avvenne nel tardo autunno del 1979, nel sud-est della Romania, vicino a Galați, dove il Siret confluisce nel Danubio. Vi restammo due settimane, in un’operazione di ampio respiro che coinvolgeva numerose unità militari. Nei giorni precedenti avevamo caricato tutto il materiale su piattaforme ferroviarie: camion, pontoni, escavatori, bulldozer, motobarche spingitrici, gommoni, barche d’assalto. Il convoglio, un piccolo esercito in movimento, percorse trecento chilometri fino a Sendreni, una località circondata da pioppi e campi.
Arrivammo di notte. Scaricammo i mezzi, li trascinammo nel boschetto e ci sdraiammo sotto i camion, stremati. Solo al mattino ci rendemmo conto di essere stati preda delle zanzare. Eravamo irriconoscibili, gonfi e coperti di punture. Ridendo amaramente, bevemmo un tè e ci mettemmo al lavoro: montammo le tende, allineammo i mezzi, delimitammo la zona dei sottufficiali. Quella piccola città di tela e metallo divenne la nostra casa temporanea.

Durante i giorni seguenti partecipammo a esercitazioni congiunte con reparti di fanteria e di carri armati. Assistemmo alla costruzione di ponti — fissi e galleggianti — e a manovre di attraversamento in varie condizioni. Ma ciò che più impressionava era il fragore delle artiglierie. La nostra zona confinava con il grande poligono di tiro di Mălina (oggi Smârdan), uno dei più vasti della Romania. Lì si svolgevano esercitazioni con munizioni reali, un concerto di fuoco e detonazioni che illuminava il cielo anche di notte.
Un giorno ci comunicarono che avremmo preso parte a una grande simulazione di guerra, un’operazione su larga scala. L’attacco avrebbe coinvolto numerosi battaglioni di fanteria e carri armati, disposti su un fronte di chilometri. Quando arrivammo al poligono, il paesaggio sembrava quello di un film: un’intera “città fantasma” costruita appositamente per addestrare le truppe all’assalto urbano, con strade, edifici di cemento e pareti sbrecciate.
Il nostro compito, come guastatori del Genio, era predisporre il “fuoco di sbarramento”, la simulazione delle esplosioni che precedono un attacco reale. Divisi in squadre, collocammo decine di cariche di TNT su un’area di oltre cento metri. I fili elettrici si intrecciavano sul terreno come vene sottili, convergendo in un dispositivo chiamato “Il Piano”, che avrebbe innescato le detonazioni. Tutto fu controllato due volte. Poi, silenzio.
Quando arrivò l’ordine, la terra esplose. Il boato fu immenso, un’onda di suono che sembrava piegare l’aria. Le mitragliatrici dei carri rispondevano, la fanteria avanzava tra il fumo e la polvere, e il terreno vibrava sotto i piedi. I carri formavano una linea continua che si perdeva all’orizzonte, seguiti dai reparti d’assalto che correvano, si gettavano a terra, si rialzavano, come in una coreografia feroce e perfetta. In quel tumulto di detonazioni e comandi urlati, compresi che quella violenza controllata era solo un’ombra della guerra vera, ma sufficiente a segnare l’animo.
Quando tutto finì, restò un silenzio irreale. Il fumo si diradava e noi, stremati, tornavamo al campo. Nessun incidente, nessuna perdita: solo l’eco di un fragore che sembrava provenire dal profondo della storia.
La lezione della disciplina
Rientrando in caserma, sentivo di non essere più lo stesso. Il servizio militare, durato diciotto mesi, mi era parso a volte una punizione, un sacrificio imposto. Ma quelle esercitazioni — sul Moldova, sul Siret, tra il Siret e il Danubio — mi avevano insegnato molto più di quanto potessi immaginare: la pazienza, la solidarietà, il rispetto del pericolo. Avevo imparato che la forza non sta nella durezza, ma nella capacità di resistere senza perdere se stessi.
Molti ricordano quel tempo con amarezza, altri con nostalgia. Io lo ricordo come una scuola di vita. Il rigore dell’esercito rumeno, con la sua disciplina inflessibile, aveva in sé una lezione morale: nulla è inutile, neppure la fatica. Quelle giornate di gelo, le notti sotto la tenda, le marce nel fango, i boati delle simulazioni — tutto concorreva a forgiare non solo soldati, ma uomini consapevoli della fragilità e della forza dell’esistenza. Quando, al termine del servizio, tornai alla vita civile, portavo con me una calma diversa. Avevo scoperto che la paura, se attraversata, diventa conoscenza. Che l’obbedienza, se consapevole, è una forma di libertà. E che l’acqua dei fiumi Moldova, Siret e Danubio — testimoni silenziosi di quelle prove — scorreva anche dentro di me, come un simbolo di resilienza.








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