Continuando il racconto iniziato con Il percorso verso la maturità: educazione ed esperienza del servizio militare, e sviluppato ulteriormente con L’esperienza del servizio militare nella Romania comunista.
L’arte di montare e manovrare i gommoni
Nei primi giorni, assai gravosi, imparammo a montare le barche, a gonfiarle e a lanciarle in acqua; e, dopo aver appreso l’uso delle barche e dei remi, più precisamente a remare in gruppo di quattro o sei. Non posso trasmettere le difficoltà incontrate. Remare in sincronia con gli altri membri dell’equipaggio è un’arte difficile, complessa. Alla fine di ogni giornata, le braccia mi cadevano, doloranti; le spalle soffrivano terribilmente, e compiere anche le più semplici delle azioni diventava un tormento. Trovare il sonno di notte sembrava un’impresa ardua.
Sin dall’inizio, coordinarsi con quattro o sei persone inesperte, distribuite equamente sulla barca, era un’impresa che sfidava l’immaginazione, specialmente controcorrente. Era un vero supplizio. Imparare a remare in armonia, a mantenere il ritmo, a fare progressi, anche di qualche metro contro la corrente del fiume, ci procurava sofferenze inenarrabili. Ci vollero diversi giorni per comprendere che uno tra noi doveva assumere il comando, iniziare a contare, stabilire il ritmo, dosare lo sforzo e stringere i denti. Al termine di quei giorni, i palmi delle nostre mani erano tutt’altro che presentabili.
Lavoro di squadra per remare in modo perfetto
Fummo istruiti sul significato profondo del lavoro di squadra. Bastava un errore di tempo di uno di noi e il gommone cambiava direzione, quasi non avanzava più o era trascinato indietro dalla corrente.

Ci erano stati avvisi; sapevamo che fino a quando non avessimo imparato a remare perfettamente, quella fatica incredibile non sarebbe terminata e soprattutto non avremmo potuto passare a montare e utilizzare i motori fuoribordo per far navigare i gommoni. Eravamo giovani e forti, abbiamo appreso tutto il prima possibile: remare in gruppo alla perfezione, girare i gommoni sul fiume, attraccare correttamente e in sicurezza, montare e smontare i gommoni nel tempo regolamentato.
Poi iniziammo l’apprendimento nell’uso dei motori. Era veramente qualcosa di entusiasmante. In due mesi diventammo veri professionisti. Al termine del corso, grazie al programma di istruzione, all’addestramento, agli esami e alle prove pratiche, ci fu concessa la soddisfazione di ottenere una qualifica; ci guadagnammo il “Brevetto” che attestava la nostra competenza.
Quando diventai istruttore militare
Ovviamente, nel secondo ciclo le cose cambiarono. Io e il mio commilitone diventammo istruttori militari per il corso al quale dovevano partecipare le nuove reclute. Una volta prestato il giuramento militare, altri trenta soldati da diverse altre unità militari furono inviati presso la nostra caserma.
Scelsi un bravo ragazzo del primo ciclo e insieme a lui presidiavo, nuovamente, il campo esterno alla città, situato sulla sponda sinistra del fiume Siret, nella località di Horia. Seguirono due mesi più tranquilli e diversi fine settimana trascorsi a casa, con o senza permesso. Del resto, il sabato e la domenica lì non passava più nessuno.
I nostri gommoni erano grandi, resistenti, performanti per l’epoca. Gonfiarli e montare i rinforzi rigidi era diventato per me e il mio commilitone, il mio amico, un’abitudine. Durante il primo ciclo, sotto l’occhio attento dei sottufficiali e degli istruttori, abbiamo affrontato non poca fatica per imparare alla perfezione il montaggio e riuscire a completarlo nei tempi regolamentari. Dopo tutto, la ripetizione è la chiave dell’apprendimento.
Un’eccezione alle regole: i motori americani nell’Esercito Rumeno
Abbiamo avuto anche la fortuna di disporre di motori fuoribordo modernissimi. Fu lì che vidi per la prima volta questo tipo di motori e sempre lì imparai a effettuare la manutenzione, a montarli e a manovrarli per una navigazione sicura. Erano anche bellissimi. In più, quei motori rappresentavano un’eccezione alle regole: l’Esercito Rumeno durante il comunismo utilizzava quasi esclusivamente tecnica, armi e munizioni di produzione russa o nazionale.
I nostri, invece, erano potenti e moderni motori fuoribordo Johnson, di provenienza americana. La loro qualità si rivelò evidente durante i corsi e le esercitazioni del servizio militare.

Potevano trasportare in sicurezza un gruppo di fanteria con tutto il loro equipaggiamento da guerra, il loro comandante e noi due membri dell’equipaggio del gommone. Quando eravamo solo noi due, l’equipaggio, il mezzo sembrava quasi volare sull’acqua, sfiorando la cresta delle onde. Un’esperienza indimenticabile. Il regolamento era chiaro: mai una persona sola a bordo, indipendentemente dal grado.
Per mesi dovemmo marciare per raggiungere i nostri campi di istruzione, situati piuttosto lontano, fuori città, in un luogo chiamato Cotu Vames. Lì ricevemmo l’istruzione di base; tra trincee ormai antiche, imparammo a scavare rifugi individuali secondo le regole, a posizionare correttamente mine anticarro e antiuomo, a utilizzare esplosivi in diverse situazioni e ambienti.
Non fu semplice. Alla fine di ogni giornata di istruzione fuori città, dovevamo ritornare il più ordinatamente possibile, poiché dovevamo percorrere anche strade cittadine ed entrare nella nostra unità militare dall’ingresso principale, sfilando davanti al comando e al comandante, in passo di parata, salutando e cantando tutti insieme canzoni militari.
Ricordo ancora una di quelle canzoni, forse la più famosa di quei tempi.
La canzone iniziava così:
Orgoglioso paese,
Giovane angolo di paradiso,
Ci assicuriamo che tu abbia,
Solo fiori sui campi.
Primavera, silenzio e canto,
Vogliamo che sia per sempre su questa terra…
Ho giurato con la mano stretta sulla bandiera,
Soldati coraggiosi dal petto d’acciaio.
Abbiamo giurato che quando il Paese ci chiamerà,
daremo i nostri cuori e le nostre vite.
L’emozione era palpabile. Il comandante salutava il nostro passaggio. Erano momenti magnifici, una sola voce, un solo passo, un unico ritmo, movimenti sincronizzati, una perfezione assoluta.
Applicazioni militari e addestramenti sul campo
Dopo il periodo di formazione, le attività divennero meno frequenti. Anche le lunghe ed estenuanti marce verso il Poligono Militare di Gadinti per le sessioni di tiro e l’addestramento militare si rarificarono, si facevano anche le guardie dell’unità, si programmarono diverse ore di formazione tecnica, politica, manutenzione dei gommoni e dei motori. Tutto divenne routine quotidiana. Ma, dopo non molto tempo, iniziarono le “Applicazioni”, quelle vere. Ne realizzai diverse fino al termine del servizio militare.
Il servizio di guardia: rigore, armi e disciplina
Anche il servizio di guardia della nostra unità faceva parte integrante della vita militare. A rotazione, quasi una volta al mese, ci toccava svolgerlo per una durata di 24 ore. Dopo un’attenta preparazione, ci trasferivamo nell’edificio adibito esclusivamente a questo scopo. Tutto era organizzato nei minimi dettagli: le divise, le armi, le munizioni, la programmazione dei turni. L’ordine e la disciplina erano essenziali. Il comandante della guardia di turno aveva la responsabilità dell’intero servizio: controllava armi e munizioni all’ingresso e all’uscita di ogni turno, gestiva i turni e, insieme al caporale assistente, guidava i gruppi di soldati nei cambi di guardia, ogni tre ore. La giornata era scandita con precisione: tre ore di guardia, tre ore di riposo, tre ore di veglia (mangiare, lettura dei regolamenti, ecc.).
Le regole erano rigide, anche perché avevamo con noi i Kalashnikov e due caricatori con 30 colpi ciascuno. Ogni entrata e uscita dal turno di guardia seguiva un rituale preciso, eseguito davanti all’edificio del Corpo di Guardia.
La Bandiera dell’Unità: l’onore di una sentinella
La nostra unità aveva cinque postazioni di guardia, situate in alto, agli angoli del perimetro, vicino ai muri esterni. Un’altra postazione era quella della “Bandiera dell’Unità”, collocata all’interno del Comando. Questo servizio era particolarmente difficile perché richiedeva quasi totale immobilità: potevi solo spostare il peso del corpo da una gamba all’altra. Fortunatamente, fui assegnato solo due volte a questa mansione durante il servizio militare. Era un grande onore fare la guardia alla Bandiera dell’Unità, un compito riservato solo ai soldati con eccellenti risultati in addestramento e specifiche qualità fisiche e psicologiche.
La Bandiera dell’Unità era l’elemento più sacro per una divisione militare: perderla in battaglia significava la dissoluzione dell’unità stessa. Questa era la regola nell’Esercito Rumeno.
Una postazione isolata tra maiali e carburante
La nostra unità militare aveva anche un’altra postazione di guardia, all’esterno della città, presso un deposito di tecnica militare e combustibili. Su un lato del deposito vi era anche un allevamento di maiali, parte del sistema di autosostentamento dell’unità. Era una postazione isolata e solitaria, apparentemente semplice, ma in realtà estremamente impegnativa.
Il primo motivo era la necessità di una vigilanza costante: il rischio più grande era rappresentato dai ladri, attratti sia dal carburante immagazzinato in barili e camion sia dagli stessi maiali, che in quei tempi rappresentavano una grande tentazione. Tuttavia, durante tutto il mio servizio militare, non sentii mai parlare di furti nel nostro deposito. Tutti sapevano della nostra presenza e del fatto che il soldato di guardia non avrebbe esitato a far rispettare l’ordine, anche con l’uso delle armi.
Il secondo fattore di difficoltà era il clima. Il turno di guardia in quel deposito significava stare sempre esposti agli agenti atmosferici: un compito gradevole d’estate, ma infernale nei gelidi inverni rumeni. Trascorsi due lunghi inverni con temperature che toccavano spesso i -30°C, affrontando bufere di neve che creavano accumuli di oltre due metri.
Affrontare l’inverno siberiano: la guardia sotto la bufera
Una delle notti più dure fu durante il mio secondo inverno di servizio. Si scatenò una tempesta di neve accompagnata dal “Crivat”, il vento gelido proveniente direttamente dalla Siberia. Si diceva che i russi avessero “aperto le porte”. Era un freddo pungente, quasi insopportabile. Durante le tre ore del turno, alternai il pattugliamento nella neve alta fino alle ginocchia con brevi pause dietro una pila di balle di paglia, l’unico riparo disponibile. Seduto su una balla, con i piedi poggiati su un’altra per evitare il gelo penetrante degli scarponi, mi sentivo temporaneamente al sicuro. Ero persino in compagnia: dei topi, che avevo involontariamente disturbato. Erano arrabbiati, ma anche simpatici.
Tuttavia, non potevo restare a lungo nascosto. Il regolamento imponeva che il pattugliamento lasciasse tracce nella neve fresca, per evitare sospetti al cambio della guardia.

Anche questa operazione fu complessa: il vento ululava così forte da rendere impossibile la comunicazione tra me e il commilitone che mi sostituì. Dovemmo adattare le rigide regole militari alla situazione estrema per evitare pericolosi fraintendimenti. Alla fine, tutto andò per il meglio. Tornai in caserma, accolto da una tazza di tè caldo e tre ore di meritato riposo.
Il peso di un tragico passato
Un altro motivo di tensione riguardava un tragico evento accaduto un anno prima del mio arrivo: un giovane soldato TR (termine ridotto) assegnato a quella postazione si era tolto la vita durante il suo turno di guardia. Questo episodio aleggiava su tutti noi, e alcuni facevano di tutto per evitare quel turno.
Questi eventi, questi momenti, oggi li ricordo e li racconto con facilità. Ma in quei giorni erano tutt’altra cosa. Tuttavia, non avevo scelta: dovevo affrontare ogni difficoltà e vincerla, per portare a termine il mio servizio militare e tornare a casa con onore e con la speranza di un futuro migliore.
Una proposta per il futuro: la Scuola Militare
Quel mondo, il Mondo Militare, aveva un fascino particolare, intriso di esperienze intense, di sfide a volte dure, ma anche di grandi soddisfazioni. Un universo regolato da disciplina e rispetto, valori che mi erano stati inculcati fin dall’infanzia. Eppure, per quanto potessi apprezzarne la solidità, non riuscivo a sentirmi completamente parte di esso.
Verso la metà del secondo ciclo di istruzione, poiché soddisfacevo tutti i requisiti richiesti, il mio comandante mi propose di candidarmi per la Scuola Militare degli Ingegneri, delle Costruzioni e degli Ufficiali delle Ferrovie. Il comandante della nostra unità aveva dato il suo assenso, i miei genitori erano stati informati e ne erano entusiasti. Io, però, non ero del tutto convinto. Durante il colloquio con l’ufficiale, il comandante della mia compagnia, nel suo ufficio, rifiutai quella proposta.
Scelte e rimpianti: il bivio tra la carriera militare e la libertà
Ancora oggi non so se quella decisione sia stata giusta o sbagliata. Diventare un Ufficiale Attivo dell’Esercito Rumeno avrebbe sicuramente cambiato la mia vita, il mio futuro, forse in meglio. Ma, dopo quasi un anno e mezzo di Servizio Militare Obbligatorio, dopo tanti sacrifici e tanta fatica, il mio unico desiderio era quello di tornare a casa e riprendere la mia vita civile. Avevo un altro obiettivo: rimettermi a studiare, sostenere gli esami universitari, pur sapendo che avrei dovuto nel frattempo riprendere il mio vecchio lavoro.
Non posso negare che, nel corso degli anni, mi sia capitato più volte di ripensare a quei momenti, a quell’opportunità che avevo rifiutato. A volte ho perfino rimpianto quella scelta, forse presa troppo in fretta. Ma il futuro non si può prevedere. E il passato non si può cambiare: si può solo andare avanti.
Il sogno della libertà finalmente realizzato
Dopotutto, dentro di me, fin dalle scuole medie, avevo sempre coltivato un sogno. Il sogno di essere Libero, di poter vivere in una società Libera. Un sogno che, forse, continuando la carriera militare, non avrei mai potuto realizzare.
E invece, da civile, dopo poco più di dodici anni, quel sogno sono riuscito a trasformarlo in realtà.








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