All’inizio di settembre del 1994 mi ritrovai ancora una volta a fare ciò che mai avrei voluto: separarsi dalla famiglia per lavorare in Italia. Erano trascorsi appena sette mesi dal mio ritorno in Romania, eppure dentro quel breve intervallo di tempo sembrava essersi compressa un’intera vita. La morte improvvisa di mia madre, scoperta appena sceso dal treno a Bucarest, il ricovero urgente di mia moglie pochi giorni più tardi e poi, quasi senza concederci il tempo di comprendere davvero ciò che stavamo vivendo, la nascita di nostro figlio Alex. Dolore e felicità si rincorrevano con una velocità disarmante, confondendosi l’uno nell’altra, come accade nei momenti in cui il destino cambia improvvisamente direzione e trascina con sé ogni certezza.
Nonostante tutto, quei mesi trascorsi a casa furono anche un periodo di conquiste profonde. Vivevamo finalmente insieme nel nostro appartamento, una casa costruita lentamente, con sacrifici enormi, in una Romania ancora ferita dalla caduta del comunismo. Ogni mobile acquistato, ogni tenda appesa, ogni piccolo oggetto trovato nei negozi quasi vuoti aveva il sapore di una vittoria. Eravamo diventati genitori. Per la prima volta avevamo la sensazione di possedere qualcosa che somigliasse alla normalità.
Ma la storia collettiva entra spesso nella vita privata senza chiedere permesso. La crisi economica che travolgeva la Romania in quegli anni, il crollo dell’industria, l’insicurezza quotidiana, finirono per insinuarsi anche dentro le mura della nostra casa. Non bastavano l’amore o i sacrifici: servivano soldi, stabilità, prospettive. E così maturò lentamente la decisione più dolorosa: ripartire per l’Italia.
La decisione di partire di nuovo
Sapevo bene cosa significasse quella scelta. Non era un viaggio, né un’avventura. Era un’altra separazione. Mia moglie e mio figlio sarebbero rimasti in Romania, io sarei tornato a vivere da emigrante clandestino. La cosa che più mi tormentava era il pensiero di perdere la crescita di Alex: i primi passi, le prime parole, quei momenti semplici e irripetibili che costituiscono la vera ricchezza di una famiglia. Ancora oggi, ripensandoci, provo una lieve amarezza. Ma allora ero convinto che le decisioni dovessero essere prese comunque, soprattutto quando in gioco c’era il futuro delle persone che amavo.

Partivo però diverso rispetto al 1992. Non ero più l’uomo spaesato arrivato in Italia senza conoscere la lingua, senza sapere dove dormire o come sopravvivere. Avevo imparato molte cose. Conoscevo alcune persone, avevo raccolto indirizzi, numeri di telefono, piccoli punti di riferimento. Avevo anche qualche risparmio che poteva aiutarmi nei primi tempi. E soprattutto conoscevo il vero volto dell’emigrazione: quello fatto di attese, precarietà, solidarietà improvvise e umiliazioni silenziose. Una decisione, tuttavia, l’avevo già presa dentro di me: il circo apparteneva al passato. Non sarei più tornato lì.
Il giorno prima della partenza organizzammo una piccola festa in famiglia. Nulla di speciale: soltanto il bisogno di restare insieme ancora qualche ora, quasi a trattenere il tempo. La mattina successiva salii sul pullmino diretto a Bacău con un nodo in gola e le lacrime negli occhi. Da lì, insieme ad altri emigranti, avrei proseguito verso Milano su un grande pullman internazionale.
Il viaggio fu lungo e silenzioso. Ai posti di frontiera il mio passaporto riceveva i timbri delle polizie di confine, quei timbri che negli anni Novanta rappresentavano quasi una prova di esistenza per chi proveniva dall’Est europeo. Oggi non esistono più per i cittadini romeni che attraversano l’area Schengen, ma allora ogni frontiera era un piccolo rito fatto di attese, controlli e sguardi sospettosi.
Seduto sul pullman, guardando scorrere la notte fuori dal finestrino, pensavo continuamente al futuro. Avevo raccolto informazioni da parenti, amici, conoscenti che nel frattempo si erano stabiliti in Italia. Bastava un numero di telefono scritto su un foglietto per sentirsi meno soli. Ma sapevo bene che nessuno avrebbe accolto con entusiasmo un emigrante appena arrivato. Tutti avevano già i propri problemi, le proprie paure, la propria precarietà. Eppure dovevo provarci. Non avevo alternative.
Il viaggio verso Milano e il ritorno alla Stazione Centrale
Quando il pullman arrivò a Milano, in quel parcheggio vicino alla Stazione Centrale che conoscevo ormai bene, sentii qualcosa di strano: una miscela di paura e familiarità. Quelle strade le avevo percorse durante il mio primo periodo in Italia, quando la stazione era diventata il mio dormitorio notturno e il “Parco dei Rumeni” uno dei pochi punti di riferimento. Rivedere quei luoghi mi diede però anche una nuova forza. Questa volta non ero più soltanto un uomo che cercava di sopravvivere. Ero un padre, un marito, una persona che portava sulle spalle responsabilità molto più grandi.
Casteggio, la signora Luisa e la speranza di ricominciare
Lasciai il bagaglio al deposito della stazione e presi il primo treno per Casteggio. Sentivo il bisogno di rivedere la signora Luisa, la donna che mesi prima aveva aiutato sia mia moglie sia me con le lettere d’invito per l’Italia. Le portavo anche alcuni piccoli regali acquistati in Romania. Prima di partire telefonai a casa e poi a lei, annunciandole il mio arrivo.
Durante il viaggio verso l’Oltrepò Pavese ebbi l’impressione che nulla fosse cambiato: le vigne, le colline, le strade silenziose sembravano immobili nel tempo. Alla casa di riposo trovai la signora Luisa e alcune persone che conoscevo già. Fu un incontro pieno di umanità semplice. Mostrai le fotografie di mio figlio, raccontai tutto ciò che era accaduto in Romania e naturalmente affrontai il discorso che più mi preoccupava: il lavoro.
Purtroppo non c’erano buone notizie. La vendemmia era quasi terminata e quella non era una zona industriale capace di offrire molte opportunità. Inoltre la mia condizione di clandestino rendeva tutto più complicato. La signora Luisa avrebbe voluto aiutarmi, ma viveva in una realtà provinciale dove tutti conoscevano tutti e nessuno voleva rischiare problemi con la legge. Ci salutammo promettendoci di restare in contatto, nel caso si fosse liberata qualche possibilità.
La vita condivisa degli emigranti a Nova Milanese
Tornai allora a Milano e raggiunsi Nova Milanese, dove viveva Giovanni, un parente di mia moglie arrivato in Italia da alcuni mesi insieme a un gruppo di amici che lavoravano nell’edilizia.

Mi accolsero con gentilezza. Erano sei o sette ragazzi che dividevano un grande spazio affittato in nero: dormivano insieme, cucinavano insieme, spartivano ogni spesa. Io spiegai la mia situazione e dissi chiaramente che avrei contribuito economicamente come tutti gli altri.
Per alcuni giorni sembrò che le cose potessero funzionare. Dormivo su un lettino in un angolo del soggiorno e la sera uscivamo insieme. Ricordo ancora lo stupore davanti ai grandi centri commerciali italiani dei primi anni Novanta, pieni di merci e abbondanza, così diversi dalla Romania appena uscita dal comunismo.
Quando diventai un peso di troppo
Ma verso la fine della settimana Giovanni mi comunicò che i suoi amici avevano deciso che dovevo andarmene. Nessuna spiegazione precisa. Probabilmente avevano paura che una persona in più complicasse il loro fragile equilibrio di clandestini. Quell’episodio mi colpì molto. Avevo soldi, pagavo la mia parte, non pretendevo nulla. Eppure, nella precarietà, spesso ognuno pensa soltanto a difendere il poco che possiede.
La telefonata decisiva verso Tortona
Fu allora che decisi di telefonare a un mio cugino che viveva a Tortona. Lavorava in nero presso un piccolo imprenditore e riceveva anche vitto e alloggio. Quando lo chiamai da una cabina telefonica pubblica, gli spiegai disperatamente la mia situazione. Mi disse che avrebbe dovuto chiedere il permesso al suo datore di lavoro. Passai ore di angoscia aspettando la risposta.
Nel tardo pomeriggio richiamai e finalmente arrivò la buona notizia: il proprietario aveva accettato che andassi lì. Sarebbe stato presente il lunedì mattina, quando sarei arrivato a Tortona. Ricordo ancora il sollievo che provai. Salutai Giovanni e gli altri ragazzi e tornai ancora una volta alla Stazione Centrale di Milano, che per me stava diventando qualcosa di più di una semplice stazione ferroviaria: un luogo di partenze continue, di speranze che finivano e ricominciavano.
La campagna piemontese e il lavoro in nero
Il viaggio verso Tortona fu breve. Appena arrivato chiamai mio cugino da un telefono pubblico e poco dopo lui arrivò insieme al suo datore di lavoro, un uomo che mi fece subito una buona impressione. In pochi minuti raggiungemmo la proprietà dove lavoravano e vivevano. Era una piccola oasi di ordine e tranquillità immersa nella campagna piemontese: una casetta semplice, un orto enorme curato con passione quasi maniacale, alberi da frutto, magazzini, silenzio.
L’attività del proprietario consisteva nella vendita di cuccioli di razza, uccelli esotici e mangimi. Mio cugino era il suo unico dipendente e lavorava naturalmente in nero, come moltissimi immigrati di quegli anni. Allora le leggi italiane rendevano quasi impossibile assumere regolarmente uno straniero senza permesso di soggiorno.
L’orto, l’attesa e il desiderio di stabilità
Il proprietario accettò che restassi lì per un po’.
Mi prepararono un lettino e io iniziai subito a rendermi utile: aiutavo nell’attività commerciale e soprattutto nei lavori dell’orto, un lavoro che conoscevo bene fin dall’infanzia trascorsa in Romania.

Fu lì che vidi per la prima volta una motozappa meccanica, simbolo concreto di quella differenza tecnologica che allora separava l’Occidente dall’Est europeo.
La scelta di ripartire ancora, questa volta verso Roma
Le giornate scorrevano tranquille, ma il lavoro non arrivava. Ogni sera telefonavo a casa o camminavo fino alla cabina telefonica più vicina per sentire la voce di mia moglie. Dopo più di due settimane senza risultati concreti, capii che non potevo restare lì all’infinito. Così decisi di tentare un’altra strada: Roma. Avevo raccolto alcuni contatti e speravo che nella capitale fosse più facile trovare lavoro.
La sera prima della partenza cenammo tutti insieme sotto un grande tendone nella campagna silenziosa di Tortona. Ci salutammo promettendoci di restare in contatto. La mattina seguente presi il treno per Milano e poi la coincidenza per Roma Termini.
Un’altra tappa della mia lunga ricerca di stabilità stava finendo, mentre un’altra, ancora sconosciuta, stava per iniziare.








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