La mia esperienza di emigrante rumeno in Italia, vissuta tra roulotte, piazze e tendoni, non è stata soltanto una successione di fatti o di luoghi attraversati, ma piuttosto un viaggio dentro una realtà fatta di lavoro, fatica, incontri e piccole rivelazioni quotidiane. A volte si trattava di episodi minimi, quasi invisibili se osservati da lontano; eppure, guardandoli con attenzione, erano proprio questi momenti a cambiare lentamente la direzione della nostra vita.
Ventimiglia: l’inizio di un cambiamento
Fu così che, a partire da Ventimiglia, qualcosa nella mia esistenza — e di conseguenza nella nostra vita familiare e lavorativa — cominciò a muoversi verso una direzione più favorevole. Non accadde in modo spettacolare, come nei racconti in cui il destino cambia all’improvviso. Avvenne piuttosto attraverso una serie di piccoli eventi che, messi insieme, crearono una prospettiva diversa sulla nostra permanenza in Italia.
Il circo, con la sua vita itinerante e il suo fragile equilibrio tra spettacolo e fatica quotidiana, funzionava come una piccola città nomade. Ogni persona aveva un ruolo preciso: operai, tecnici, autisti, artisti, cuochi, amministratori. Quando alcuni lavoratori indiani lasciarono improvvisamente il loro posto, il peso del lavoro si redistribuì su tutti, creando un periodo di fatica intensa. L’arrivo di nuovi operai, qualche settimana dopo, contribuì ad alleggerire quella pressione e migliorò la vita dell’intero gruppo.
Nuovi equilibri nel lavoro e nella vita quotidiana
Anche per me, nel frattempo, qualcosa stava cambiando.
Avevo iniziato a lavorare come tecnico delle luci, occupandomi del faro seguipersona durante gli spettacoli.

Era un lavoro che richiedeva attenzione e precisione, ma che aveva per me un valore inestimabile: non dovevo più fare la guardia notturna. Dopo mesi trascorsi a sorvegliare camion e attrezzature nel silenzio delle notti di provincia, poter dormire finalmente durante la notte rappresentava una piccola liberazione.
Mirela: lavoro, dignità e adattamento
Anche Mirela, mia moglie, che da quasi due mesi mi aveva raggiunto in Italia, si stava adattando bene alla vita del circo. Aveva iniziato lavorando nella cucina-mensa del personale, aiutando nella preparazione dei pasti, ma presto aveva aggiunto un secondo impiego: collaborava con la famiglia della sorella dei proprietari del circo, che gestiva il bar e diverse attività commerciali interne.
La sua giornata si divideva tra lavori domestici al mattino, il servizio nella cucina del circo prima di mezzogiorno e il lavoro serale al bar durante gli spettacoli.
Era sempre stata una lavoratrice instancabile.
Chi la conosceva lo capiva subito: puntuale, precisa, veloce, capace di svolgere ogni compito con cura e con un naturale senso di responsabilità. Non lavorava semplicemente per necessità; lavorava con una dignità silenziosa, con quella serietà che nasce da un rispetto profondo per il lavoro stesso.
Col tempo, io e Mirela eravamo diventati parte integrante di quella comunità multiculturale che era il circo. Tra roulotte, camion e gradinate, persone provenienti da paesi diversi convivevano come in una piccola società itinerante. Non eravamo artisti, non eravamo protagonisti dello spettacolo, ma eravamo comunque riconosciuti per ciò che eravamo: una giovane coppia di lavoratori onesti, persone corrette e rispettose.
Guadagnare qualcosa in più: vendere tra le gradinate
Fu proprio in quel periodo che arrivò una proposta inattesa.
La responsabile del bar del circo ci chiese se volevamo collaborare nella vendita dei prodotti tra le gradinate. Il lavoro sarebbe stato svolto nei momenti liberi, prima degli spettacoli e durante le pause. Non era prevista una paga fissa: avremmo ricevuto una percentuale su ogni prodotto venduto. Ma c’era un vantaggio importante — il denaro sarebbe stato pagato subito, in contanti.
Per due persone che vivevano nella precarietà e che spesso non ricevevano puntualmente la paga dal circo, quella possibilità rappresentava una piccola opportunità.
Accettammo.
Tra fatica e soddisfazione: i primi guadagni immediati
Così cominciammo a girare tra le gradinate con dei cestini pieni di bibite, caramelle, patatine e gelati, vendendo ai bambini e alle famiglie durante l’attesa dello spettacolo e negli intervalli.

All’inizio non fu facile.
Muoversi tra la folla, gestire il denaro, organizzare le vendite richiedeva pratica. Ma già dalla seconda sera riuscimmo a trovare un sistema efficiente: dividemmo le gradinate tra noi due, così da lavorare in modo più ordinato.
Quella nuova attività ci portò un piccolo guadagno extra.
Non era molto — spesso l’equivalente di una giornata di paga di uno di noi — ma aveva un valore simbolico importante. Quei soldi li avevamo subito, senza dover aspettare le promesse di pagamento del circo, che spesso venivano rimandate con scuse di ogni tipo: pochi spettatori, incassi insufficienti, ritardi nei finanziamenti.
Il viaggio lungo la Riviera ligure
Intanto il circo continuava il suo viaggio lungo la Riviera ligure.
Dopo Ventimiglia arrivarono Albisola, poi Varazze, città piene di vita estiva, con lungomari affollati e spiagge colme di turisti. Era luglio del 1993, il tempo delle vacanze e delle serate all’aperto, e questo significava più spettatori e più vendite.
Alla fine di luglio arrivammo a Genova, dove il circo si fermò per tre settimane.
Genova mi colpì profondamente.
Era una città viva, complessa, affacciata sul mare con la sicurezza di chi ha attraversato secoli di storia. Nei momenti liberi passeggiavamo tra i vicoli stretti del centro storico, osservavamo il porto, il movimento continuo delle navi, la varietà di persone che attraversavano quelle strade.
Il mare era sempre lì, immenso, presente.
Proprio vicino al porto assistemmo a una scena curiosa. Alcuni pescatori gettavano i pesci appena pescati verso gli scogli, dove dei gatti uscivano dalle rocce per prenderli.
Genova e le ferite del disastro della petroliera Haven
Incuriosito, chiesi spiegazioni.
Un pescatore mi raccontò che quei pesci non erano commestibili a causa dell’inquinamento provocato dal disastro della petroliera Haven, affondata nel 1991 al largo di Arenzano. La nave aveva riversato in mare migliaia di tonnellate di petrolio, provocando uno dei peggiori disastri ecologici del Mediterraneo.
Per dimostrarmelo aprì un pesce appena pescato: all’interno della pancia era visibile una patina nera, simile a catrame.

Fu uno spettacolo impressionante.
Capivo così quanto profonde possano essere le ferite che l’uomo infligge alla natura.
Intanto il tempo passava rapidamente. Le tre settimane a Genova finirono quasi senza accorgercene. Il 15 agosto, giorno di Ferragosto, fu anche l’ultimo giorno degli spettacoli.
Quella notte smontammo il circo e ripartimmo verso la Riviera di Levante.
Il viaggio lungo la costa fu uno spettacolo continuo: borghi costruiti sull’acqua, case colorate arrampicate sulle colline, scorci di mare che apparivano tra la macchia mediterranea. Passammo sopra Portofino, che apparve ai nostri occhi come un piccolo anfiteatro di case raccolte attorno al porto.
Sestri Levante: bellezza, lavoro e nuove speranze
La nostra destinazione era Sestri Levante, una città di straordinaria bellezza.
Da una parte la Baia del Silenzio, intima e raccolta; dall’altra un litorale aperto e luminoso. Era un luogo che sembrava dipinto, dove il mare e le case si incontravano con una naturale armonia.
Il circo trovò posto in uno spazio più ridotto rispetto a Genova, ma riuscimmo comunque a montare il tendone e organizzare le strutture necessarie.
Gli spettacoli ripresero.
Il pubblico era numeroso e le vendite andavano bene. Io e Mirela ci muovevamo velocemente tra le gradinate con i nostri cestini, riempiendoli e svuotandoli più volte durante la serata.
Eravamo soddisfatti.
Erano passati tre mesi da quando Mirela mi aveva raggiunto in Italia e, nonostante la fatica, avevamo la sensazione che le cose stessero finalmente prendendo una direzione positiva.
Il giorno in cui tutto cambiò
Ma la vita — come spesso accade — sa interrompere improvvisamente anche i momenti più promettenti.

Durante la seconda serata di spettacoli a Sestri Levante, mentre stavo vendendo tra le gradinate, sentii all’improvviso una fitta violenta alla schiena. Il dolore era così forte da costringermi a sedermi immediatamente.
Non avevo mai provato un dolore simile.
Riuscii con fatica a terminare lo spettacolo, ma la notte il dolore continuò. Il mattino seguente, rendendomi conto che non riuscivo più a lavorare, mi recai al pronto soccorso.
Il ricovero e la lezione più dura
Dopo la visita, il medico prese una decisione che non avrei mai immaginato: mi ricoverò in ospedale.
Per me fu uno shock.
Io, che avevo sempre sopportato lavori durissimi, che avevo attraversato la solitudine dell’emigrazione clandestina, che avevo dormito nei parchi di Milano e nelle carrozze dei treni, mi ero sempre considerato resistente, quasi indistruttibile.
E invece, in quel momento, mi trovavo su un letto d’ospedale a chiedermi una sola cosa: perché?
Solo più tardi avrei capito che il corpo ha limiti che non possono essere ignorati per sempre. Quando si vive spingendosi sempre oltre, senza proteggersi, senza ascoltare i segnali della fatica, prima o poi arriva il momento in cui la vita presenta il conto.
E spesso il prezzo si paga con la salute.
Una lezione che molti imparano troppo tardi.








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