Una partenza da meno di zero
Le prime settimane in Milano clandestina, la mia lotta per sopravvivere, furono una discesa improvvisa nella verità nuda della vita: un corso intensivo di adattamento che nessuna scuola avrebbe mai potuto insegnarmi. Non era solo imparare a cavarsela in una città sconosciuta, senza documenti, senza soldi, senza lingua; era affrontare la fragilità di sé stessi quando ogni certezza si sgretola e si rimane soli, guidati soltanto dalla volontà e dalla paura.
In Romania, pur tra mille difficoltà, avevo una casa, un mestiere, una lingua in cui ripararmi, un’identità che mi apparteneva. In Italia, invece, tutto questo era svanito. Non ripartivo da zero, ma da un punto più in basso, dove anche il terreno sotto i piedi sembra mancare.
Nessuno di noi, nel nostro piccolo gruppo di tre, immaginava davvero cosa avrebbe significato questa scelta. Prima di partire nutrivamo illusioni ingenue: saremmo arrivati, avremmo trovato rapidamente qualcosa da fare, ci saremmo sistemati da qualche parte, avremmo guadagnato i primi soldi da spedire a casa e dopo un anno o due ci saremmo forse ritrovati con qualche risparmio. La realtà fu molto diversa. Mia madre, nei giorni precedenti alla partenza, ripeteva spesso un proverbio che allora mi sembrava solo una frase fatta: “Nelu, il piano che fai a casa non corrisponde mai a quello del mercato”. Aveva ragione lei.
La routine della sopravvivenza: stazione, parco e Caritas
La nostra vita prese una forma rigida e monotona: la notte trascorsa nelle carrozze dei treni parcheggiati sui binari della Stazione Centrale, il risveglio negli stretti bagni pubblici della stazione, il trasferimento verso il “parco dei rumeni”, e poi, verso le undici, la lunga camminata fino alla mensa della Caritas, dove almeno ci aspettava un pasto caldo.

Il sabato e la domenica la mensa non serviva il pranzo, e allora dovevamo sopravvivere con le scorte accumulate durante la settimana. Nel parco ritrovavamo un microcosmo di connazionali: chi era arrivato da poco, chi viveva da mesi in Italia, chi lavorava in nero e chi ancora vagava come noi; chi cercava notizie, chi distribuiva consigli, chi veniva solo per sentire parole familiari, la lingua della propria casa.
In quel parco, sotto la luce incerta dei pomeriggi di settembre, si creava un piccolo mondo che aveva la fragilità delle cose improvvisate e la forza delle comunità disperse. Le voci dei pochi che avevano trovato un lavoro ci infondevano speranza; erano storie minime, spesso incerte, ma bastavano a farci credere che da qualche parte anche per noi ci fosse un varco. Nessuno però rivelava mai troppo: il lavoro era un tesoro da custodire in segreto, l’unica garanzia contro la precarietà assoluta.
Milano come maestro involontario: imparare la città, imparare l’italiano
In quelle settimane Milano divenne, paradossalmente, una specie di scuola aperta: approfittando dei nostri vagabondaggi, imparai a conoscere la città. Piazza del Duomo, la Galleria Vittorio Emanuele, la Scala, il Castello Sforzesco, il verde ampio del Parco Sempione. Luoghi che avrei forse visto solo da turista in un’altra vita e che, invece, conobbi da clandestino, come se fossi uno spettatore nascosto che attraversa la città senza far parte davvero del suo movimento.
Allo stesso tempo imparavo la lingua. Ogni momento libero era dedicato al dizionario tascabile: parole, frasi, cifre, saluti. Volevo riuscire almeno a dire “Buongiorno” e “Sto cercando lavoro”. La prima parola italiana che imparai — ironia della sorte — non fu né un saluto né un verbo: fu “binario”. La sentivo ripetere centinaia di volte dagli altoparlanti della stazione. Era come un mantra che scandiva le nostre giornate.
Il valore invisibile della solidarietà: vestiti, docce, accoglienza
Ben presto ci rendemmo conto che l’igiene personale era diventata una necessità urgente. Nei bagni della stazione ci si poteva sciacquare un po’, ma non bastava più. Così iniziammo a cercare informazioni su altri centri Caritas: alcuni offrivano vestiti, altri docce, altri ancora pasti. Quando scoprimmo dell’esistenza del centro in via delle Forze Armate, ci sembrò una piccola fortuna. Arrivammo presto, ci mettemmo in fila, e ricevemmo abiti puliti, biancheria nuova, e — soprattutto — la possibilità di fare una doccia calda.

Ricordo ancora quella sensazione: l’acqua che scendeva sul corpo come una carezza dopo giorni di stanchezza, la pelle che respirava, i muscoli che si scioglievano. Mi sentii rinato.
Il peso del denaro che finisce e della dignità che vacilla
Nel frattempo i soldi diminuivano. Ne avevamo pochi, e parlarne era quasi un tabù. Le spese erano minime — qualche biglietto del tram, qualche telefonata — ma anche quelle iniziavano a pesare. Dovevamo assolutamente trovare un lavoro. Ma come? Non potevamo presentarci in gruppo, con le borse in mano, alle portinerie di fabbriche o ristoranti: sarebbe stato ridicolo, oltre che inutile. Provammo comunque per due o tre giorni, vagando nei quartieri, entrando nei bar, domandando timidamente se ci fosse bisogno di qualcuno. Sempre la stessa risposta: no. O, più spesso, nessuna risposta.
Capimmo che cercare lavoro insieme era impossibile. Decidemmo allora che uno di noi avrebbe custodito le borse nel parco, mentre gli altri due avrebbero tentato la fortuna altrove. Anche così, però, nessuno di noi trovò nulla. La città sembrava chiusa, impenetrabile.
La speranza nei campi: Valtellina, Oltrepò e nuove possibilità
Poi, un giorno, ascoltammo una conversazione tra alcuni connazionali. Era ancora fine settembre: forse, dissero, c’era una possibilità di trovare qualcosa in agricoltura — nella raccolta delle mele o nella vendemmia. Bastava spostarsi in treno. Le parole “Valtellina” e “Oltrepò Pavese” ci sembrarono subito un varco, una possibilità, una piccola fiamma contro il buio delle nostre giornate.
Decidemmo di tentare la prima opzione: la raccolta delle mele in Valtellina. Comprai una mappa della Lombardia — allora non esistevano cellulari, né internet, né Google Maps — e studiai con attenzione il percorso.
Un viaggio verso il nord: la Valtellina e la verità disarmante
Il mattino seguente salimmo sul primo treno per Sondrio. Il viaggio lungo il Lago di Como fu magnifico: per qualche ora dimenticammo la nostra condizione, immersi nella bellezza delle montagne e dell’acqua.

Ma, arrivati lì, ci rendemmo conto della nostra impreparazione. Cominciammo a chiedere informazioni, ma nessuno sapeva darcene. Finché una signora anziana, gentile e distinta, ci fermò. Ascoltò la nostra storia con un misto di incredulità e compassione, e poi ci disse la verità: la raccolta delle mele era ormai finita. Inoltre, a Sondrio c’erano molti controlli dei carabinieri e della polizia. Restare lì era troppo rischioso. Ci consigliò di tornare subito al treno.
Delusi e quasi sconfitti, rientrammo in stazione. Mangiammo qualcosa seduti su una panchina e aspettammo il primo treno verso Milano. Il viaggio di ritorno fu silenzioso: ognuno immerso dentro i propri pensieri, le proprie paure.
Non arrendersi mai: l’ultimo tentativo nell’Oltrepò Pavese
Quella sera, dopo aver ritirato il pacco di cibo, decidemmo di non arrenderci. Avremmo provato la seconda strada: l’Oltrepò Pavese. Lì, tra colline e vigneti, le aziende viticole spesso cercavano manodopera stagionale. Non erano lavori lunghi, né sicuri, né ben pagati: due, tre, cinque giorni al massimo. Poi bisognava ricominciare da capo. Ma almeno era qualcosa.
Una notte, mentre riposavamo seduti nelle carrozze — sempre in allerta, mai davvero distesi — iniziò a cadere una leggera pioggia. Era la prima pioggia che vedevamo dal nostro arrivo. Quel filo d’acqua mi fece capire che l’estate stava finendo, e con essa molte illusioni. Ma allo stesso tempo sembrava aprire un nuovo capitolo.
Il giorno dopo ci organizzammo per la partenza: scorte di cibo, biglietti del treno — che per fortuna costavano meno di quelli per Sondrio — un percorso da seguire, un cambio a Voghera. Eravamo pronti.
Non sapevamo ancora che quel viaggio nell’Oltrepò non sarebbe stato decisivo dal punto di vista del lavoro, ma avrebbe avuto un impatto profondo sulla mia vita futura. Le persone che avrei incontrato, le strade che avrei percorso, i momenti che stavano per arrivare avrebbero cambiato il mio destino, e — anni dopo — anche quello della mia famiglia.
Quelle prime settimane di vita clandestina a Milano mi hanno insegnato che la sopravvivenza non è solo lotta, ma anche scoperta: scoperta degli altri, della città, di sé stessi. Ho imparato che il bisogno è un maestro severo ma infallibile, che la solitudine può diventare un ponte verso una nuova comunità, e che persino nelle condizioni più difficili può nascere una scintilla di speranza.
E, soprattutto, ho imparato che ogni passo, anche il più incerto, può diventare l’inizio di un cammino più grande.








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