La prima vera scelta: il bivio tra teoria e tecnica
Gli ultimi anni di liceo in Romania cominciarono con un bivio silenzioso, come spesso accade nei passaggi decisivi dell’esistenza: senza clamori, ma con la chiarezza severa delle scelte che segnano un prima e un dopo. Alla fine del primo biennio, superati gli esami di ammissione, ci fu chiesto di decidere. Non era un ventaglio aperto, ma una diramazione netta: da una parte il percorso teoretico, umanistico; dall’altra quello reale, tecnico — meccanico o tessile. Fu la prima scelta adulta, benché vissuta ancora con l’incertezza di chi non sa se sta scegliendo per sé o per le attese degli altri.
Un’identità costruita con le mani
La nostra classe, fino ad allora unita da un’energia caotica ma compatta, si divise come un corso d’acqua che si biforca. Alcuni presero la via del teoretico — anime più inclini al pensiero astratto, forse. Io, invece, mi indirizzai verso la meccanica. Non fu solo una questione di inclinazione personale; fu anche una scelta radicata, un proseguimento naturale di una tradizione familiare fatta di mani che sapevano fare, di ingegno applicato alla materia. Nella mia casa, prima di imparare a leggere, avevo imparato a stringere una vite, a conoscere l’odore del ferro, il rumore del lavoro.
La promessa della fabbrica e il primo disincanto
Era il 1976. Entrammo nel nuovo biennio con un senso di ordine e concretezza. La mia classe era composta quasi esclusivamente da ragazzi — ventisei all’inizio, ventitré all’esame finale, con tre sole ragazze che avevano scelto con coraggio un settore ancora rigidamente maschile. Eravamo giovani e taciturni, armati di squadre, lime, chiavi inglesi. Ma in quella sobrietà c’era qualcosa di solido, un’appartenenza non proclamata ma agita. Avevamo un obiettivo comune: formarci, diventare operai specializzati, trovare il nostro posto in un mondo che sembrava, per un momento, volersi aprire a noi.
Per qualche tempo, quella promessa parve reale. Si parlava della costruzione di una grande fabbrica metalmeccanica nella nostra città. Il progetto era stato approvato, i terreni assegnati. Si vedevano già i capannoni nei nostri sogni: una struttura nuova, moderna, che avrebbe assorbito le energie e le speranze della nostra generazione. Ma poi, improvvisamente, tutto svanì. Il progetto fu trasferito altrove, per motivi mai spiegati chiaramente. Rimase solo la sensazione acida di essere stati ingannati. Fu il primo vero impatto con la disillusione: il momento in cui si scopre che il futuro può essere promesso e poi ritirato con la stessa leggerezza con cui si pronuncia una formula burocratica.
Vita scolastica tra studio, lavoro agricolo e disciplina
Nonostante tutto, eravamo un bel gruppo. Compatti, solidali, capaci di affrontare il peso delle settimane di studio alternate alla pratica, ma anche di godere dei pochi momenti di leggerezza concessi. Ogni autunno, per un mese, ci mandavano nei campi della Cooperativa Agricola di Stato. Ufficialmente, era parte della formazione. In realtà, eravamo forza lavoro gratuita, piccoli braccianti volontari dell’ideologia. Si zappava, si raccoglieva, si ripulivano gli argini, piegati sotto il sole o sotto il vento freddo. Nessuno si lamentava: si faceva e basta.
Feste sorvegliate e libertà negate
E tuttavia, anche nei regimi più severi, c’è sempre un margine — una crepa nel cemento dell’autorità — da cui può filtrare un po’ di vita. Le “riunioni” di fine trimestre erano occasioni rare, ma preziose.

Feste sobrie, organizzate nella palestra del liceo, dove anche ballare sembrava un gesto rivoluzionario. C’era musica, luci tenui, qualche sorriso rubato tra compagni.
Bastava una canzone straniera, una battuta sussurrata, un ballo esitante per sentirsi, almeno per qualche ora, liberi.
Censure, pantaloni tagliati e spiritualità cancellata
Ma non tutto era innocuo. Ricordo ancora il divieto di frequentare la discoteca cittadina. Erano gli anni in cui i Pink Floyd, i Deep Purple, i Queen e gli ABBA attraversavano di nascosto i muri d’Europa. Le nostre radio captavano in segreto, le loro canzoni come messaggi da un altro pianeta. Il nostro direttore scolastico, in divisa e passo marziale, faceva incursioni notturne per controllare che nessuno trasgredisse. Se trovava un alunno con i pantaloni a zampa d’elefante — simbolo minimo ma potente di appartenenza a un mondo altro — li tagliava sul posto, senza spiegazioni. Un gesto di umiliazione pubblica che ci insegnava, ancor più della propaganda, quanto fragile fosse il nostro diritto alla differenza.
Eppure, la ferita più profonda non fu quella della libertà estetica, ma della libertà spirituale. Ogni Vigilia di Pasqua, mentre le famiglie si preparavano alla Messa di mezzanotte, il liceo organizzava una “festa alternativa” nella Casa dei Sindacati. L’intento era chiaro: sottrarci ai riti religiosi, annullare la trasmissione di una cultura millenaria che sopravviveva, ancora, nei gesti delle nostre madri, nei canti dei nostri padri. Partecipazione obbligatoria, liste di presenza, controlli. Finiva tutto verso l’una e mezza. Tornavamo a casa mentre le chiese si svuotavano, i lumi si spegnevano e i nostri genitori ci guardavano con un misto di tristezza e impotenza.
Le “Thé” del sabato: oasi di felicità giovanile
Eppure, nonostante tutto, la vita trovava il modo di accadere. Le “Thé” del sabato sera — piccole feste in casa, con musica e dolci — erano occasioni di felicità contenuta, sobria. Ci si incontrava, ci si guardava, si rideva a bassa voce. La luce era poca, le regole molte, ma bastava una canzone giusta, un incrocio di sguardi, per sentirsi, finalmente, adolescenti. E si rideva. Ogni risata era una vittoria. Chi ha vissuto quei tempi lo sa: proprio perché rare, proprio perché incerte, quelle gioie erano intensissime.
Studio a lume di candela e apprendistato reale
Lo studio, nel frattempo, continuava. Ma non era semplice. L’elettricità veniva interrotta spesso. Si studiava a lume di candela, con lampade a petrolio, cercando di strappare qualche ora di concentrazione al buio. Ma chi voleva davvero studiare lo faceva. I programmi erano densi, specialistici: Macchinari, Resistenza dei Materiali, Apparecchi di Misura. Le due settimane di teoria si alternavano a due settimane di pratica in fabbrica. Era un sistema che oggi chiameremmo “duale”, e che funzionava. Alla fine del percorso, eravamo già pronti per lavorare. Conoscevamo l’ambiente, gli strumenti, le procedure. La transizione tra scuola e lavoro non fu un salto, ma un passo naturale.
La scuola come palestra di merito e di educazione civica
E vorrei dirlo con chiarezza: si studiava sul serio. Non c’erano scorciatoie. Per meritarsi un dieci bisognava conoscere davvero, non solo saper ripetere. E la scuola, a suo modo, era meritocratica. Il figlio dell’operaio poteva diventare capoclasse. Il talento veniva riconosciuto, e la preparazione era solida. Forse non libera, forse ideologicamente orientata, ma solida.
L’uniforme, il rigore e la bellezza della compostezza
C’era anche un’educazione più profonda, invisibile ma presente: quella al rispetto, all’onestà, alla puntualità. La condotta contava. Bastava che un insegnante dicesse “Attenzione al voto in condotta” perché ogni chiacchiera si interrompesse. L’uniforme scolastica non era solo obbligo, ma simbolo.

I ragazzi con giacca blu navy, camicia azzurra e cravatta nera, le ragazze con divisa blu, camicie bianche, le code ordinate e nastri bianchi nei capelli. Tutti “acqua e sapone”, come si diceva allora. E c’era bellezza, in quella disciplina. Una bellezza sobria, composta, fatta di ordine e di ritegno. La mattina, nel cortile, prima dell’ingresso, ci si scambiava uno sguardo, un sorriso, con la sensazione di appartenere a qualcosa.
Il controllo era costante. L’ingresso veniva presidiato. Il libretto scolastico doveva essere in ordine, firmato, pulito. La mancanza di rigore non veniva punita con una sanzione, ma con una vergogna sottile, sociale, collettiva. E quella parola — “vergogna” — aveva ancora un senso pieno, condiviso.
L’Esame di Maturità e il sigillo di una generazione
Alla fine del percorso, eravamo pronti. Pronti sul serio. Avevamo competenze, disciplina, un’educazione civica che oggi forse si ritiene superata, ma che allora era il fondamento del nostro stare al mondo. E così arrivò l’Esame di Maturità. Ricordo i banchi lucidati, l’odore della carta, le voci basse. Lo superai con ottimi risultati, nel giugno del 1978, ottenendo il diploma di Perito Industriale Meccanico.
Quel diploma, oggi, giace in una cartella sbiadita dal tempo. Ma il vero documento che porto con me è fatto di visi, di suoni, di gesti. È fatto dei miei compagni, dei professori, delle sere senza luce e delle mattine in divisa. Di tutto ciò che ci ha formati prima ancora che ci rendessimo conto di esserlo.
Una foto di classe per non dimenticare
Oggi, a quasi mezzo secolo di distanza, sfoglio la foto della mia classe e mi pare di sentire ancora le voci, le risate, il brusio nei corridoi. Il tempo ha fatto il suo mestiere, ha cancellato contorni, ha attenuato colori. Ma non ha cancellato ciò che conta. Perché quegli ultimi due anni di liceo — tra il 1976 e il 1978 — sono stati molto più di un ciclo scolastico. Sono stati un laboratorio umano, una palestra di vita, un luogo dell’anima.
E per questo, oggi, posso solo sorridere e dire grazie. A ciò che è stato, a chi c’era, e a tutto ciò che, nonostante il tempo, vive ancora dentro di me.








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