L’adolescenza come stagione interiore
Gli anni di liceo in Romania, a guardarli oggi, hanno il respiro lungo e leggero delle stagioni che non tornano, ma che sopravvivono dentro di noi come una luce obliqua, filtrata da una finestra della memoria rimasta socchiusa nella memoria. Un tempo concluso e, proprio per questo, irriducibilmente presente. Furono anni scolpiti nel corpo e nel pensiero, in cui l’adolescenza si dava in pasto alla vita con l’impeto di una corsa a perdifiato lungo sentieri sconosciuti, che passo dopo passo diventavano familiari.
Avevo poco più di quattordici anni — l’età in cui ogni gesto sembra inaugurale e ogni parola pronunciata pare destinata a lasciare un’impronta. Ci si muoveva tra esitazioni e assoluti, tra sogni sproporzionati alla realtà e certezze costruite con l’ingenuità della giovinezza, come se ogni giornata potesse contenere il proprio intero destino. In quel tempo, tutto era ancora possibile, e proprio per questo fragile, provvisorio, indimenticabile.
L’ingresso al liceo: iniziazione a un mondo nuovo
All’inizio eravamo ancora bambini, con il corpo esitante e lo sguardo curioso, appena usciti dalle strade delle nostre infanzie per trovarci, senza difese, davanti a quel portone alto del liceo. Ognuno con la propria storia cucita addosso — figli di famiglie diverse, provenienti da villaggi e quartieri con dialetti appena distinguibili — eppure uniti da una fame indistinta, condivisa: fame di futuro, di senso, di identità. Ci osservavamo con cautela e stupore, tentando di riconoscerci in una comunità ancora da inventare.
Le prime settimane: tra odori, silenzi e amicizie che nascono
I primi giorni furono strani. L’odore dei corridoi — un misto di gesso, vernice vecchia e disinfettante — mi rimase incollato alle narici come una firma. Le aule, fredde anche in settembre, avevano banchi rigidi e finestre alte, da cui entrava una luce incerta, come trattenuta. Ogni cosa pareva voler dire che non eravamo più bambini, ma nemmeno ancora uomini. Sospesi, come il suono della campanella che arrivava troppo in fretta o troppo tardi, mai al momento giusto.
Durante l’intervallo si parlava piano. Si dicevano cose che non importavano a nessuno, ma che servivano a costruire lentamente un’appartenenza. Non ci si sceglieva, all’inizio. Le amicizie nascevano più per prossimità che per affinità. Chi sedeva accanto a te alla prima lezione finiva per diventare il tuo compagno di banco per mesi, forse anni. Era come se la scuola, prima ancora di insegnarti qualcosa, ti costringesse a fidarti, a condividere lo spazio, l’aria, i voti, le paure.
L’uscita dal liceo: la consapevolezza di un cambiamento
Poi, quattro anni più tardi, ci ritrovammo a uscire da quello stesso portone con andature più lente, quasi a voler ritardare l’inevitabile. Le voci avevano perso la spensieratezza rumorosa dell’inizio, e nelle nostre parole si insinuava già il tono basso di chi ha conosciuto la fine di qualcosa. Sapevamo di essere cambiati, uno a uno, come sassi levigati dalla corrente. Avevamo scoperto la forza fragile del primo amore, l’orgoglio e la delusione, la bellezza amara della sconfitta, l’allegria condivisa di una vittoria inattesa. Avevamo imparato lezioni che nessun professore avrebbe potuto insegnare. E senza saperlo, ci stavamo preparando alla prossima tappa: il servizio militare, quel rito di passaggio collettivo che ci avrebbe chiesto di lasciare sul ciglio della strada gli ultimi brandelli di adolescenza.
Un percorso ordinario, ma profondamente vissuto
Il mio percorso scolastico non ebbe nulla di eccezionale — o forse, proprio per questo, fu vero, vissuto. Un cammino simile a quello di migliaia di altri ragazzi romeni, intrapreso in un momento di passaggio per la scuola e per il Paese. Era il 15 settembre del 1974, quando affrontai l’esame di ammissione al primo anno. Gli edifici scolastici odoravano di gesso, inchiostro e disciplina. Nel 1977 arrivò la riforma: silenziosa ma tagliente, come un colpo netto che cambia l’orientamento di una rotta. Si estendeva l’obbligo scolastico, si ridefinivano i programmi, ma soprattutto si orientava l’intera impalcatura educativa verso un’idea precisa di cittadino. L’istruzione non era più solo crescita individuale, ma diventava lo strumento principe per il conformismo programmato.

Lezioni silenziose tra i banchi
In mezzo a tutto questo, noi continuavamo a crescere. I volti dei compagni si facevano più nitidi, le amicizie più solide, le scelte più pesanti. Nelle pause tra una lezione e l’altra — tra una lezione di economia politica e una di meccanica applicata — imparavamo a decifrare i silenzi, le ironie, i desideri che ci attraversavano. L’adolescenza non era solo una fase biologica: era un laboratorio di trasformazione.
Il giorno della Maturità: una soglia da attraversare
Ricordo il giorno dell’esame di Maturità come un tempo sospeso, denso di attese e paure. Superai la prova e ottenni il Diploma di Perito Meccanico Specializzato. Quel pezzo di carta sanciva la fine di un’epoca e l’inizio di una responsabilità. Non era solo un titolo, ma un sigillo sul passaggio dalla giovinezza all’età adulta. Quegli anni — 1974-1978 — oggi mi appaiono come una piccola eternità. Un tempo che fu nostro e solo nostro, pur condiviso con un’intera generazione che imparava a crescere tra sogni e restrizioni.
Dalla scuola alla vita: il peso delle responsabilità quotidiane
La scuola era una seconda casa, e i compagni, spesso, più famiglia dei fratelli. Ma non si viveva solo tra i banchi. Dopo la campanella, cominciava un’altra giornata, fatta di legna da spaccare, orti da coltivare, stufe da alimentare. Era un’altra scuola, senza voti, ma con lezioni dure e immediate. Lavori silenziosi, ripetitivi, che educavano alla pazienza e alla concretezza. E poi c’era quel compito quotidiano che non lasciava scampo: andare a prendere l’acqua. Non avevamo acqua corrente in casa. Ogni giorno, dopo la scuola, camminavo fino alla casa più vicina collegata alla rete idrica, con due secchi in latta che sembravano diventare più pesanti ad ogni passo. In estate era un gesto gestibile; in inverno diventava prova di resistenza. La neve, il ghiaccio, le mani gelate — tutto contribuiva a una pedagogia della fatica che oggi riconosco come fondativa.
Le file e la casa: la resistenza quotidiana delle madri
Anche il tempo libero aveva l’ossimoro nel nome: non era tempo, e non era libero. Bisognava fare la fila, ogni giorno, per il cibo. Pane, zucchero, latte, arance quando si era fortunati. Ore d’attesa al freddo o sotto il sole. Si imparava presto che nulla era garantito, e che la speranza aveva la forma di una borsa della spesa da riempire. E dietro ogni acquisto, c’era la fatica silenziosa delle madri — la mia, soprattutto. Mia madre, con la sua dedizione muta, cucinava, lavava, cuciva, portava avanti la casa come se fosse un tempio domestico. Era instancabile, riusciva ogni sera a portare in tavola qualcosa. Era una magia che allora non capivo. Ora so che era amore. Un amore fatto di minestroni e camicie stirate, di mani screpolate e occhi che non si chiudevano mai davvero. In quell’universo ristretto, l’amore era la vera forma di resistenza.
La scuola stessa, come ogni luogo sotto il regime, era strumento di ideologia. Le materie erano molte — lingua rumena, lingue straniere, matematica, fisica, chimica, storia — ma sotto l’insegnamento si celava un messaggio unico: quello del pensiero collettivo. Ogni testo, ogni assemblea, ogni parola pronunciata in aula sembrava parte di un copione. Ma noi, studenti adolescenti, avevamo imparato presto a leggere tra le righe. Accettavamo la forma, ma sapevamo che il contenuto poteva essere altro. “Facciamolo e andiamo avanti”, dicevamo. Era il teatro della sopravvivenza.
Una scuola dentro la scuola: la fabbrica
E poi c’era la pratica in fabbrica, una settimana al mese. Le ragazze andavano alla fabbrica tessile; noi, maschi, all’Officina Meccanica. Iniziammo dalla fonderia: un mondo di metalli fusi, di rumori assordanti, di calore che spezzava il fiato. Era una scuola severa, concreta, dove ogni errore aveva un prezzo. Lì si imparava la cautela, il rispetto per il tempo, la concentrazione.

Più tardi arrivò la forgiatura, poi la saldatura, la carpenteria. Si imparava a misurare, tagliare, limare, aggiustare. A trasformare una materia grezza in qualcosa di utile. Come noi stessi, del resto: materia in trasformazione. E forse anche un primo senso della responsabilità.
L’autarchia imposta dal regime ci obbligava a produrre tutto in loco. Anche la fabbrica era un organismo chiuso, che doveva generare da sé i propri pezzi. Noi eravamo parte di quel meccanismo. Giovani apprendisti, sì, ma anche partecipi di un’epica silenziosa. Ogni piccolo ingranaggio realizzato con le nostre mani sembrava dare forma a un’identità che, fino a poco prima, ci era sfuggita.
Il senso della trasformazione
I professori dicevano che ci stavano preparando alla vita. Ma io credo che fu quella pratica, quel lavoro in fabbrica, ad aprirmi per la prima volta un varco nella realtà. Lì cominciai a intuire che crescere non era diventare forti, ma imparare a sostenere il peso delle proprie fragilità.
Ripensando oggi a quel percorso, lo vedo come una traiettoria composta di due bienni: il primo, d’iniziazione, di scoperta; il secondo, più saldo, più tecnico, più orientato verso il mestiere e la realtà. Ogni passaggio fu segnato da un esame, da una prova, da un salto. Ogni passaggio fu anche un rito. Ma nessun rito, nessuna tappa, nessun esame può restituire la pienezza di quegli anni vissuti nell’intervallo sottile tra libertà e controllo, tra sogno e obbedienza.
Un tempo che non passa: il paesaggio dell’anima
Il liceo non fu solo una scuola. Fu un tempo, un luogo, un paesaggio dell’anima. E come ogni paesaggio, continua ad abitarmi.








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