Un mondo in rovina e la necessità di partire
Ogni giorno era una corsa contro il tempo, contro un sistema in rovina che lasciava dietro di sé solo macerie e incertezze. Il denaro si svalutava a vista d’occhio, i posti di lavoro sparivano come nebbia dissolta dal sole, e chiunque sognasse un futuro migliore sapeva di dover cogliere al volo la prima opportunità. Il viaggio verso l’Occidente non era solo una scelta, ma l’unico spiraglio di speranza in un mondo che si sgretolava sotto i nostri occhi.
Una decisione inevitabile
Poi, la svolta. Dopo qualche mese, nella mia azienda arrivò l’ennesima ondata di licenziamenti. Se ne parlava già da tempo, nell’aria stagnava un senso di attesa inquieta, la certezza che nulla sarebbe rimasto com’era. Confronti, discussioni in famiglia, lunghe serate trascorse a valutare ogni possibile scenario. Alla fine, la decisione: sarei stato io a lasciare il lavoro, ma a condizione che Mirela, mia moglie, potesse restare al suo posto.
Chiesi un appuntamento con il direttore generale e formalizzai la richiesta. Non ci fu resistenza, né esitazione. Dopo qualche settimana, il verdetto: l’8 luglio 1992 fui ufficialmente licenziato. Mirela, invece, poté continuare a lavorare fino alla primavera del 2000, quando, ottenuto il permesso di soggiorno in Italia, riuscii finalmente a farla venire con me, insieme a nostro figlio Alex.
Ma questa è un’altra storia. Vale la pena tornarci sopra, un giorno.
Il sacrificio per partire
Ora, però, l’urgenza era un’altra: raccogliere il denaro necessario per il viaggio in Francia. Un’impresa tutt’altro che semplice. Non bastava tagliare le spese superflue; serviva qualcosa di più grande, un sacrificio autentico.
Avevamo sempre avuto un’indole parsimoniosa, sia noi che le nostre famiglie. Anche con i salari modesti, riuscivamo a mettere da parte qualcosa, piccoli tesori che crescevano lentamente, con la pazienza delle gocce che riempiono un’anfora. Ma non sarebbe bastato.
Alla fine, decidemmo di usare tutto ciò che avevamo. Ogni risparmio, ogni somma accantonata con fatica. E, soprattutto, il denaro ricevuto come dono di nozze.
Era un’usanza antica, un gesto di comunità e di speranza. Nelle nostre terre, il matrimonio non era solo l’unione di due persone, ma un patto tra famiglie, tra generazioni. Tutti gli invitati portavano un contributo, un’offerta per il futuro dei nuovi sposi, affinché potessero costruirsi una casa, un’esistenza più solida. Avevamo custodito quei soldi con cura, con il timore reverenziale che si riserva ai beni destinati a durare nel tempo. Non li avevamo mai toccati.
Fino a quel momento.
Con un misto di trepidazione e fiducia, li ritirammo e li convertimmo immediatamente in dollari. Non c’era tempo da perdere: l’inflazione galoppava senza tregua, la moneta cambiava valore da un giorno all’altro. Un ritardo, anche minimo, poteva significare perdere tutto.
Eppure, non bastavano. Ogni stipendio che entrava in casa veniva immediatamente cambiato in dollari, nella frenetica corsa contro un’inflazione che divorava il valore del denaro da un giorno all’altro. Abbiamo raschiato il fondo di ogni nostro risparmio, abbiamo contato fino all’ultimo le banconote accantonate con sacrificio. Ma il conto non tornava ancora.
Il prezzo della libertà
Fu allora che, con un nodo in gola, presi un altra decisione dolorosa: vendere il mio Majak, il registratore a bobina che era stato la mia voce, la mia memoria, il mio rifugio.

Ogni bobina racchiudeva frammenti della mia vita: le serate con gli amici, i momenti rubati alla censura, quando in una stanza buia si alzava la voce di una canzone proibita e per qualche minuto ci sentivamo liberi. Vendere il Majak non era solo vendere un oggetto. Era rinunciare a una parte di me, cancellare una voce che mi aveva accompagnato per anni.
Quando contai i soldi ricevuti, capii che finalmente avevo raggiunto la cifra necessaria per l’iscrizione al viaggio. Un prezzo altissimo, pagato non solo in denaro ma in ricordi, in pezzi di me che sarebbero andati perduti per sempre. Eravamo rimasti senza un soldo, ma con almeno la consolazione di non aver contratto debiti, a differenza di tanti altri.
Non saprei dire con esattezza quale forza mi guidasse in quei giorni. Forse era incoscienza, forse una determinazione cieca, o forse un misto di entrambe, l’ostinazione di chi sente di non avere alternative. Ascoltavo i consigli, certo, sentivo le preoccupazioni degli altri, ma non riuscivo a interiorizzarle del tutto. Mi dicevano che sarebbe stato difficile, che avrei dovuto affrontare problemi di ogni tipo, che l’Occidente non era il paradiso che qualcuno raccontava. Ma non importava. Quella era la mia occasione, e non potevo lasciarmela sfuggire.
Non vedevo gli ostacoli, vedevo solo il traguardo. Non pensavo a quanto sarebbe stato duro il cammino, pensavo solo che dovevo farcela. Per me, per Mirela, per la nostra famiglia. Avevo dentro di me tutto quello che serviva: forza, ambizione, amore, fiducia, fede. Soprattutto, avevo me stesso.
L’ultimo abbraccio
L’ultimo giorno prima della partenza scivolò via con una rapidità dolorosa. Tutto era pronto, tutto era deciso, eppure ogni gesto sembrava rallentato, denso, come immerso in un liquido denso di emozioni trattenute. Salutare i miei genitori, mia sorella, i miei suoceri, le persone più vicine a me, fu più difficile di quanto avessi previsto.
Ma nulla fu paragonabile al momento in cui abbracciai mia madre.

Stringevo mia madre, sentivo il battito del suo cuore accelerato, il suo respiro affannoso mentre cercava di trattenere le lacrime. Mi accarezzò i capelli come faceva quando ero bambino, e io, per la prima volta dopo tanto tempo, sentii un nodo in gola che non riuscivo a sciogliere. Non sapevo che quello sarebbe stato il nostro ultimo abbraccio.
Il 20 dicembre 1993, un mese prima del mio primo ritorno a casa, mia madre morì, stroncata da una malattia impietosa.
Non mi dissero nulla, nessuno volle informarmi. Forse pensavano che non sarei stato in grado di sopportarlo, forse volevano evitarmi il tormento di un viaggio di ritorno sapendo già cosa avrei trovato ad aspettarmi. Ma quando, a gennaio del 1994, misi piede in Romania, la verità mi travolse come un’ondata.
Perdere una madre è un dolore che non ha nome, perché nessuna parola riesce a definirlo. È un lutto che cambia la forma del mondo, lo svuota, lo rende più freddo e distante. Quando ho capito di averla persa, ho sentito che qualcosa dentro di me si era spezzato per sempre. Non sono più stato lo stesso. Ho dovuto imparare a convivere con la sua assenza, con il vuoto che ha lasciato. Ma so che lei è ancora con me, nei gesti che ripeto senza accorgermene, nelle parole che mi ritrovo a dire senza sapere da dove arrivino.
Se avessi saputo ciò che sarebbe successo, non sarei mai partito. Avrei rinunciato a tutto, senza esitazioni. Perché nessun sogno, nessun futuro avrebbe avuto senso senza di lei.
Il viaggio verso l’ignoto
E così, in una mattina limpida di settembre 1992, con una borsa di viaggio non troppo grande – perché non bisognava dare nell’occhio – con pochi vestiti, qualche ricambio, un po’ di cibo di scorta e le poche banconote rimaste in tasca, presi il treno per Bacău. Arrivato in città, mi diressi subito all’agenzia di viaggi. Nel pomeriggio, salii su un pullman che non brillava certo per modernità e partii.
Il viaggio verso l’Occidente fu lungo, quasi due giorni di strada percorsa con un autobus che sembrava troppo vecchio per affrontare quella traversata. Ogni sosta era breve, appena il tempo di sgranchire le gambe e ripartire. Il veicolo attirava sguardi curiosi lungo l’autostrada, forse per il suo aspetto malandato, forse perché bastava un’occhiata per capire che era carico di destini in transito.
L’arrivo in Occidente
I controlli si susseguirono: il confine romeno, quello ungherese, poi la Slovenia. E infine, il confine italiano. L’ultimo. Qui, trattenemmo il fiato. Un silenzio totale riempiva il pullman mentre i funzionari controllavano i passaporti. Poi, l’ultimo timbro, l’ultimo segno di assenso. L’autobus riprese la corsa.
Fu allora che esplose il grido. Un urlo liberatorio, un boato di sollievo e di esultanza. Ce l’avevamo fatta. Eravamo arrivati in Occidente.
Una nuova vita a Milano
Ma il viaggio verso Nizza si interruppe prima del previsto. A Milano, vicino alla Stazione Garibaldi, il pullman si fermò.

Ci fecero scendere in fretta, come se il nostro tempo fosse scaduto, e in pochi minuti ci trovammo lì, sul marciapiede, a pochi metri dall’ingresso della stazione. Fu lì, in quello spazio anonimo e indifferente, che ebbe inizio la mia nuova vita.
Tra sacrifici e speranze
I primi tempi furono duri. Sentivo la lontananza da Mirela, dalla mia famiglia, dalle mie radici. Ero solo, in un paese che non conoscevo, senza un punto di riferimento, senza una casa, senza certezze. Ma non mi arresi.
Ero partito con l’idea di restare un anno, due al massimo. Giusto il tempo di guadagnare abbastanza per recuperare i soldi investiti nel viaggio, mettere da parte qualcosa e tornare a casa con un futuro più solido. Ma il tempo passava e la realtà si imponeva con la sua crudezza.
I piani che cambiano con il tempo
Ogni volta che tornavo in Romania, la situazione era peggiore. Le fabbriche chiudevano, le città si spegnevano lentamente, la povertà si faceva più evidente. Attraversando il paese, vedevo i resti di un’economia che si stava sgretolando: zone industriali abbandonate, scheletri di edifici in rovina, strade sempre più deserte.
I miei piani cambiavano, sempre. Ogni volta ripartivo dicendomi che sarebbe stata l’ultima, che avrei trovato un modo per restare. Ma ogni volta la Romania mi respingeva, costringendomi a ripartire.
Un futuro costruito altrove
Alla fine, il futuro si è costruito altrove. Oggi, dopo più di trent’anni, vivo stabilmente in Italia.
Non era quello che avevamo immaginato all’inizio. I piani che avevamo fatto sono stati stravolti, adattati, riscritti più volte. Ma la vita, in fondo, è sempre diversa da come la progettiamo.
E come siamo arrivati fin qui?
Quella è un’altra storia. Una storia lunga, che un giorno forse racconterò.








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