Negli anni ’90 in Romania, il primo decennio di capitalismo portò molti a reinventarsi. Migliaia aprirono piccole attività commerciali senza esperienza né modelli da seguire. Furono i primi tentativi di impresa, serviva tanto coraggio. Nel solo 1990 furono registrate quasi 7.000 nuove imprese, ma vent’anni dopo ne sopravvivevano solo 49: un pugno di pionieri audaci e resilienti, capaci di costruire qualcosa di stabile in un contesto di incertezze e crolli.
Mercati neri e traffici: la sopravvivenza nell’ombra
Molti altri operarono nell’ombra, senza registrarsi, senza seguire le regole. Li chiamavano bisnitari, procacciatori di fortuna, contrabbandieri. Non erano una novità: esistevano già sotto il regime, tollerati e sorvegliati dalle autorità, con un tacito accordo tra controllo e corruzione. I miliziani a volte li arrestavano, altre volte compravano la loro merce, altre ancora la confiscavano come una sorta di tassa occulta. Il rischio di finire in prigione per “speculazione” era reale—si rischiavano da sei mesi a cinque anni di reclusione—ma accettabile, se il prezzo da pagare era qualche paio di jeans sequestrati o qualche stecca di sigarette perduta.
Era un gioco d’azzardo. Bastava indovinare la nicchia giusta, trovare un prodotto richiesto e rivenderlo con il giusto margine. Bastavano pochi soldi iniziali, un po’ di fortuna, e si poteva cominciare.
I valutisti: maestri del cambio nell’economia in crisi
Altri ancora si dedicarono al cambio di valuta. I “valutisti“, così li chiamavano, erano uomini d’affari improvvisati, esperti nel far fruttare il denaro in tempi di inflazione galoppante. Durante il regime, detenere valuta straniera era illegale, ma dopo il 1989 il bisogno di moneta forte esplose. Dollari americani e marchi tedeschi erano la chiave per comprare beni introvabili, per viaggiare, per fare affari.

Come guadagnavano? Semplice: giocavano sul tasso di cambio. Alla fine del 1990, il tasso ufficiale del dollaro era fissato a 35 lei, ma sul mercato nero il suo valore reale oscillava tra i 150 e i 170 lei, quasi cinque volte di più. Con un’inflazione che divorava i risparmi in poche settimane, loro sapevano come far girare il denaro.
Quando le prime case di cambio ufficiali iniziarono ad aprire, il mercato nero non scomparve. I “valutisti” offrivano sempre qualcosa in più delle banche, senza limiti di quantità, senza documenti, senza domande. Li trovavi agli angoli delle strade, davanti alle banche, negli hotel, nei mercati, vicino alle dogane. Non avevano uffici, solo una straordinaria rapidità di calcolo e l’abilità di riconoscere una banconota falsa con un solo sguardo.
Una scelta obbligata: il mio incontro con i valutisti
Anch’io, quando persi il lavoro, finii per rivolgermi a loro. Sin dal inizio, quando decisi di partire per l’Italia e avevo bisogno di dollari, dovetti rivolgermi a loro per mettere insieme la somma necessaria. Ricordo il batticuore quando infilavo in tasca quei dollari, sapendo che erano la chiave per un futuro altrove.
E ogni volta che tornavo a casa dal Italia, mi rivolgevo a loro per convertire i miei guadagni in lei: offrivano sempre un po’ più delle banche, senza limiti, senza domande.
I trafficanti di denaro non avevano bisogno di uffici. Stavano appostati nei punti strategici: davanti alle banche, agli hotel, ai mercati, nelle vicinanze delle dogane. Erano ovunque, perfettamente integrati nel paesaggio urbano della nuova Romania. Non servivano studi economici per fare quel mestiere: bastava un rapido calcolo a mente, il fiuto per gli affari e un occhio esperto per riconoscere le banconote false, che cominciavano a circolare sempre più frequentemente.
Erano sempre lì, con i loro mazzetti di banconote e il loro sorriso complice. In fondo, erano il vero termometro dell’economia del paese: finché c’era bisogno di loro, significava che la Romania non era ancora pronta a stare in piedi da sola.
Dall’ombra alla luce: la comparsa degli uffici di cambio
Con il tempo, il mercato nero della valuta si affiancò a un sistema più regolamentato: aprirono i primi uffici di cambio ufficiali. Ma le differenze tra i due circuiti restavano enormi. Con uno stipendio medio, al cambio ufficiale, si potevano acquistare circa 160 dollari; dai “valutisti” di strada, invece, se ne ottenevano appena 40. Chi aveva bisogno di valuta forte—e i bisogni aumentavano di giorno in giorno—si rivolgeva a loro, perché nelle banche la disponibilità era scarsa e le somme convertibili limitate.
Nel frattempo, comparvero nuove forme di commercio. Già sotto il regime esistevano i Consignatie, pochi negozi in cui si potevano depositare beni di seconda mano: vestiti, orologi, vinili, argenteria, oggetti introvabili nel commercio ufficiale. Il proprietario del negozio tratteneva una commissione, e il venditore tornava a ritirare il denaro dopo la vendita. Al inizio degli anni ‘90 in Romania, questo modello si moltiplicò in mille varianti improvvisate.
La nuova frontiera del commercio: bancarelle, bazar e baratto
Fiorirono bancarelle e tavolini pieghevoli lungo i marciapiedi. Bastava una superficie d’appoggio per diventare commercianti: libri, giornali, musicassette piratate, videocassette con film doppiati artigianalmente, sigarette Kent, profumi francesi, qualunque cosa potesse trovare un acquirente.

Chi voleva ampliare il proprio giro cercava uno spazio migliore: un angolo riparato in un sottopassaggio, un piccolo locale al piano terra di un palazzo. Bastava un minimo di intraprendenza, e il piccolo commercio prendeva vita.
Ma per commerciare serviva merce. E con il decreto dell’8 gennaio 1990, che liberalizzava il rilascio dei passaporti, si spalancò una nuova possibilità: viaggiare.
Dopo decenni di confini chiusi, la libertà di movimento divenne un’occasione economica. In tre settimane si poteva ottenere il passaporto e, chi aveva un po’ di risparmi, si rivolgeva ai “valutisti” per procurarsi dollari o marchi tedeschi.
Dalla Turchia alla Polonia: il nuovo modello del commercio ambulante
La destinazione più ambita era la Turchia. Sorsero agenzie di viaggio specializzate nell’organizzare viaggi verso i bazar di Istanbul, veri paradisi commerciali per i nuovi mercanti rumeni. Partivano in autobus con le tasche piene di valuta forte e tornavano con borsoni stracolmi di jeans, magliette, scarpe, cosmetici, tappeti persiani—tutto quello che in Romania era introvabile, ora si poteva comprare nei bazar turchi e rivendere in Romania.
Ma i soldi erano pochi, e allora si inventò un’altra strategia: il baratto. Nei mercati di Istanbul, i commercianti rumeni scambiavano cuscinetti industriali, attrezzi meccanici, inserti per torni, seghetti, materiali di precisione con merce di largo consumo. Il modello si adattava alle diverse zone del paese: a sud funzionava la “rotta turca”, per chi viveva a ovest c’era la Jugoslavia-Serbia, per noi dell’est il mercato più vantaggioso era la Polonia.
Emigrare: l’ultima e unica soluzione
Molti provarono a entrare in questo circuito. Investirono i loro risparmi, chiesero prestiti, comprarono dollari e partirono. Ma non era un’impresa facile. Viaggi interminabili, dogane imprevedibili, rischi di ogni genere. Qualcuno ebbe successo e continuò per anni. Altri, dopo qualche viaggio, si arresero. Alcuni resistettero abbastanza a lungo da mettere da parte una somma sufficiente per compiere il passo successivo: partire per l’estero.
La mia scelta: il viaggio verso l’Italia
Anche per me e Mirela quella divenne l’unica opzione possibile. Ci pensavamo da tempo, sin da quando eravamo solo fidanzati, ma finché il lavoro reggeva, finché c’era un minimo di stabilità, il sogno rimaneva un’idea lontana. Poi, con i licenziamenti, con il declino inarrestabile, con l’assenza di prospettive, tutto diventò più chiaro: era il momento di partire.

Non fu una decisione facile. Emigrare significava stravolgere la propria vita, lasciare la famiglia, accettare l’incertezza. Ma era l’unica strada rimasta, l’unico modo per garantire un futuro migliore.
L’ultimo abbraccio: il dolore della perdita e il prezzo dell’emigrazione
Ricordo l’abbraccio di mia madre quando partimmo: stretto, caldo, pieno di lacrime. Quello fu il nostro ultimo abbraccio. È stata l’ultima volta che l’ho vista, perché purtroppo un mese prima che io tornassi per la prima volta dall’Italia, il 20 dicembre 1993, mia madre morì. Fu un dolore straziante, un vuoto che ancora oggi porto dentro. Se avessi potuto prevederlo, sicuramente avrei rinunciato al mio sogno di emigrare pur di starle accanto in quegli ultimi momenti.
Non era un viaggio qualsiasi. Andarsene dalla Romania, in quegli anni, costava caro. Servivano soldi, tanti soldi. Bisognava trovare il modo, superare ostacoli, pagare chi andava pagato. Ma questa è un’altra storia.
Conclusioni
Guardando indietro oggi, dopo anni di emigrazione e sacrifici, so che ogni passo di quel viaggio mi ha insegnato la resilienza, l’importanza della famiglia e il valore della speranza. L’esperienza dell’emigrazione ha plasmato chi sono oggi e mi ha ricordato che, nonostante le difficoltà, il coraggio di sognare e lottare non va mai perso. Chissà se il futuro avrebbe mantenuto le promesse che ci eravamo fatti o se sarebbe stato ancora più duro.
Lo racconterò presto, perché ogni passo di quel viaggio ha lasciato un segno profondo.








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