Vivere tra Italia e Romania: la nostra vita da famiglia emigrata

Dalle prime ferie insieme ai lunghi viaggi verso la Romania, fino al lavoro, alla casa e alle radici costruite lentamente in Italia.

9 min di lettura

Fare pace con il cambiamento

Accettare. Lasciare andare, ricominciare

Ho scritto questo libro dopo una frattura silenziosa: quando ho perso lavoro, certezze, identità. Non offro risposte, ma cammino con te. Perché lasciare andare non è arrendersi, e ricominciare è scegliere, ogni giorno, di esserci ancora. Anche senza sapere dove si sta andando.

Nell’estate del 2001 cominciammo davvero a capire cosa significasse vivere tra Italia e Romania. Dopo tanti anni di separazioni, partenze e attese, io, Mirela e Alex riuscimmo finalmente a fare le ferie insieme, come una famiglia normale.

Può sembrare un avvenimento semplice, quasi scontato. Per noi, invece, rappresentava una conquista. Avevamo i documenti in regola, lavoravamo legalmente, nostro figlio frequentava la scuola e, soprattutto, vivevamo tutti sotto lo stesso tetto. Dopo aver inseguito così a lungo una vita stabile, quella normalità quotidiana aveva acquistato un valore che forse soltanto chi ha conosciuto la distanza può comprendere fino in fondo.

Anche le ferie assumevano quindi un significato diverso. Non erano soltanto giorni di riposo, ma il momento in cui le nostre due vite si ricongiungevano: quella che stavamo costruendo in Italia e quella che continuava ad aspettarci in Romania, tra parenti, ricordi e luoghi dell’infanzia.

La destinazione, perciò, non poteva che essere la Romania.

Tornare in Romania: il rito estivo degli emigrati

Tornare significava ritrovare le famiglie, gli amici, i luoghi dell’infanzia e quella parte della nostra identità che l’emigrazione non aveva cancellato. Quel viaggio sarebbe diventato negli anni un rito familiare, come lo era per centinaia di migliaia di rumeni emigrati in Europa. Ogni estate le autostrade si riempivano di automobili dirette verso est, cariche di persone, valigie e regali. Le code al passante di Mestre e alle frontiere potevano durare cinque, sei ore o anche di più. E una volta entrati in Romania restava ancora da attraversare quasi tutto il Paese su strade nazionali, attraverso città, paesi e montagne.

Trentasei ore di viaggio per ritrovare la famiglia

Nel 2001 affrontammo quel viaggio in pullman. Ci vollero circa trentasei ore. La nostra vecchia Fiat Uno non era più nelle condizioni di sostenere quasi quattromila chilometri tra andata e ritorno.

Vivere tra Italia e Romania: famiglia riunita durante le ferie in Romania nel 2001
Una giornata insieme ai nostri familiari durante le ferie in Romania del 2001, uno di quei momenti preziosi che la distanza rendeva ancora più importanti.

Quando finalmente arrivammo, i miei suoceri ci aspettavano con tutto ciò che una famiglia sa preparare quando le parole non bastano: abbracci, lacrime, una stanza pronta, la tavola piena dei nostri piatti tradizionali e il vino che mio suocero produceva personalmente.

Ma il centro di tutto era Alex.

I nonni lo avevano cresciuto fino all’età di cinque anni e non lo vedevano da quasi un anno e mezzo. Lo ascoltavano raccontare la scuola italiana, i compagni, le maestre e i suoi risultati con gli occhi pieni di orgoglio. Anche lui ritrovava una casa che conosceva bene, perché lì aveva trascorso i primi anni della propria vita.

Dopo alcuni giorni noi tre partimmo per Mamaia, sul Mar Nero. Per Alex fu un’esperienza indimenticabile: vide il mare per la prima volta, fece il suo primo bagno e salì anche su una barca a vela. Al ritorno aveva un nuovo patrimonio di storie da raccontare ai nonni.

Quelle ferie finirono troppo presto. E al momento della partenza tornarono le lacrime. Era uno dei prezzi dell’emigrazione: arrivare significava ritrovarsi, partire significava sapere che, probabilmente, sarebbe trascorso un altro anno prima di potersi abbracciare nuovamente.

Mettere radici in Italia senza dimenticare la Romania

Tornati in Italia, la vita riprese il proprio ritmo. Mirela e io tornammo al lavoro e Alex cominciò la seconda elementare. Era ormai perfettamente inserito nel suo ambiente.

Anche noi, poco alla volta, stavamo mettendo radici a Terno d’Isola. Le amicizie nate in quegli anni furono fondamentali. Attraverso quelle persone cominciammo a sentirci non soltanto stranieri regolarmente residenti, ma parte della comunità.

Vivere tra Italia e Romania: famiglia rumena integrata nella vita quotidiana a Terno d’Isola
A Terno d’Isola, tra scuola, lavoro e nuove amicizie, cominciavamo a sentirci parte della comunità e a costruire una vera vita familiare in Italia.

L’integrazione, del resto, non si compie soltanto attraverso i documenti. Avviene quando qualcuno ti chiama per nome, quando sei invitato a una festa, quando condividi compleanni, problemi e momenti felici, quando la tua assenza viene notata.

La nostra casa diventò una porta aperta per chi arrivava

Tra la fine del 2000 e il 2001 la nostra casa divenne anche un piccolo punto d’approdo per alcune parenti provenienti dalla Romania. Erano donne che arrivavano in Italia in cerca di lavoro, parte di quella grande emigrazione femminile che in quegli anni cresceva rapidamente.

Con il permesso di Guido, proprietario della villetta e mio datore di lavoro, le ospitammo per qualche mese. Lo spazio era poco, ma eravamo abituati ad arrangiarci. Io conoscevo ormai l’Italia, parlavo la lingua, avevo documenti regolari e alcune conoscenze. Potevo accompagnarle a un colloquio, chiedere informazioni, parlare con eventuali datori di lavoro. Quasi tutte riuscirono, con il tempo, a trovare un’occupazione e una sistemazione. Guardandole, ripensavo inevitabilmente ai miei primi anni da clandestino, con una differenza importante: loro avevano almeno una porta alla quale bussare.

Una Renault 19 Chamade e il segno di una vita che migliorava

Nello stesso periodo decidemmo di cambiare automobile. Attraverso il mio amico Flavio trovammo presso una concessionaria Renault di Bergamo una Renault 19 Chamade bordeaux metallizzata, con appena quattordicimila chilometri. Era stata usata pochissimo e conservata sempre in garage. La pagai 7,2 milioni di lire, una somma importante per quei tempi e soprattutto per noi, ma la considerai una spesa ragionata. Non mi interessava possedere un’automobile per impressionare qualcuno. Gli anni difficili mi avevano insegnato che il denaro, quando hai conosciuto la precarietà, significa prima di tutto sicurezza e libertà.

Quando dovetti scegliere tra il lavoro e la mia famiglia

Proprio quando sembrava che la nostra vita avesse raggiunto un equilibrio, arrivò però un nuovo cambiamento.

Nell’autunno del 2001 Guido mi comunicò che avrebbe venduto la proprietà di Terno d’Isola e si sarebbe trasferito in una cascina nella zona di Vercelli. Mi propose di seguirlo, mantenendo stipendio, alloggio e condizioni di lavoro.

Se fossi stato ancora solo, probabilmente avrei accettato immediatamente.

Ma adesso avevo una famiglia.

Mirela aveva un lavoro stabile a tempo indeterminato e Alex frequentava felicemente la scuola di Terno d’Isola. La cascina di Guido era isolata e non poteva offrire un lavoro anche a mia moglie. Dopo aver valutato tutto, decidemmo di rimanere.

Fui quindi io a dimettermi.

Non fu una scelta facile. Lavoravo con Guido dal 1996 ed ero profondamente riconoscente per l’aiuto ricevuto durante la mia regolarizzazione. Ma ormai non decidevo più soltanto per me.

Perdere il lavoro e ricominciare ancora una volta

Con il lavoro perdemmo anche l’alloggio.

Non riuscendo a trovare rapidamente una casa, chiesi aiuto al sindaco, che conosceva da anni me e la mia famiglia. Ci mise temporaneamente a disposizione un appartamento comunale per sei mesi, a un canone conveniente. Era vicino alla scuola di Alex e a pochi minuti a piedi dal lavoro di Mirela.

Per loro la vita continuò quasi senza cambiamenti.

Vivere tra Italia e Romania: emigrato rumeno alla ricerca di lavoro nelle agenzie interinali di Bergamo
Dopo aver lasciato il lavoro che avevo svolto per anni, ricominciai a cercare un’occupazione tra agenzie interinali, curriculum e conoscenze. Ora, però, avevo una famiglia, un affitto e nuove responsabilità.

Per me, invece, cominciò una nuova precarietà.

Dopo quasi dieci anni in Italia mi ritrovai a cercare lavoro attraverso agenzie interinali, curriculum e conoscenze. Ora avevo anche un affitto, le bollette e tutte le normali spese di una famiglia. Accettai lavori temporanei e, quando necessario, anche qualche lavoro in nero. Non cercavo il posto perfetto: cercavo semplicemente di portare a casa ciò che serviva.

Una casa provvisoria che diventò casa per otto anni

Alla fine dei sei mesi trovammo un appartamento in un condominio nuovo, vicino al centro, con un piccolo giardino e un garage. Firmammo un contratto di quattro anni pensando ancora che, dopo qualche tempo, saremmo tornati definitivamente in Romania.

Alla fine restammo in quella casa otto anni.

Nel frattempo Alex cresceva, costruiva amicizie e considerava sempre più l’Italia il proprio Paese. Anche i nostri progetti cominciavano lentamente a cambiare. Quello che avevamo immaginato come provvisorio stava diventando permanente.

Il primo viaggio in Romania con la nostra automobile

Nell’estate del 2002 arrivò anche il momento del primo viaggio in Romania con la nostra bella Renault 19 Chamade.

Preparai la macchina con grande attenzione e studiai il percorso quasi come una spedizione. Non esistevano ancora i navigatori che oggi diamo per scontati.

Vivere tra Italia e Romania: famiglia durante il viaggio in auto del 2002 con cartine stradali e appunti
Nell’estate del 2002 affrontammo per la prima volta il lungo viaggio verso la Romania con la nostra automobile. Senza navigatori, ci affidavamo alle cartine stradali, agli appunti e alle informazioni raccolte prima della partenza.

Avevo una grande cartina dell’Europa e un foglio sul quale avevo annotato città, distanze, frontiere, distributori e luoghi dove fermarsi.

Cinquemila chilometri tra due vite

In due settimane avremmo percorso quasi cinquemila chilometri.

Quel primo viaggio da automobilista fu massacrante. Code di ore, frontiere, strade rumene difficili, montagne e continui attraversamenti dei centri abitati. Cercavo di fermarmi il meno possibile per non sprecare i pochi giorni di ferie. Quando finalmente arrivammo a destinazione, scesi dall’automobile con la sensazione che il terreno ondeggiasse sotto i piedi. Dormii quasi dodici ore.

Eppure, quando riabbracciammo i nostri familiari, la stanchezza sembrò improvvisamente meno importante.

Quell’anno tornammo in Romania con una soddisfazione nuova. Avevamo una casa migliore, una buona automobile, Alex andava molto bene a scuola e, nonostante la mia precarietà lavorativa, riuscivamo ad andare avanti. Sentivamo di stare costruendo qualcosa.

Quando furono i nostri genitori a venire in Italia

Prima di ripartire invitammo i nostri genitori a venire a trovarci in Italia.

La prima fu mia suocera. Era il suo primo viaggio all’estero e desiderava vedere con i propri occhi dove vivevamo, la nostra casa, il lavoro di Mirela, la scuola di Alex e quella parte d’Italia che fino ad allora aveva conosciuto soltanto attraverso i nostri racconti.

La sua visita ebbe soprattutto un effetto: la tranquillizzò.

Finalmente aveva visto che stavamo bene.

Successivamente venne anche mio suocero e, un anno dopo, invitai mio padre, per il quale fu anch’esso il primo viaggio in un Paese straniero.

Non erano grandi regali.

Erano qualcosa di più semplice e, forse, di più importante.

I nostri genitori ci avevano aiutato per tutta la vita, avevano cresciuto Alex, avevano sopportato la nostra lontananza e aspettato ogni estate il nostro ritorno. Ospitarli nella casa che, con tanta fatica, stavamo costruendo in Italia significava mostrare loro che i sacrifici di quegli anni non erano stati inutili.

Era il nostro modo di restituire almeno una piccola parte di ciò che avevamo ricevuto.

Tra due case, due Paesi e due appartenenze

E forse proprio allora cominciammo a capire che l’emigrazione non consiste soltanto nel lasciare una casa per cercarne un’altra. A volte significa vivere per anni fra due case, due Paesi e due appartenenze, continuando a credere di dover scegliere fra l’una e l’altra, finché ci si accorge che entrambe, in modi diversi, sono ormai entrate nella propria vita.

Domande frequenti

1. Cosa significa vivere tra Italia e Romania per una famiglia emigrata?

Vivere tra Italia e Romania significa spesso costruire la propria quotidianità in un Paese senza smettere di sentirsi legati all’altro. Nel nostro caso, in Italia avevamo il lavoro, la scuola di Alex, gli amici e una casa, mentre in Romania continuavano a esserci i nostri genitori, i parenti, i ricordi e una parte importante della nostra identità. Per molti anni abbiamo pensato che prima o poi saremmo tornati definitivamente. Con il tempo, però, ciò che consideravamo provvisorio cominciò a diventare la nostra vita.

2. Perché le ferie in Romania erano così importanti per gli emigrati rumeni?

Per molti emigrati rumeni le ferie estive non erano semplicemente un periodo di riposo, ma un vero ritorno a casa. Significavano riabbracciare genitori e parenti, rivedere gli amici e ritrovare luoghi lasciati mesi o anni prima. Anche per noi il viaggio estivo verso la Romania diventò un rito familiare, nonostante le lunghe code sulle autostrade e alle frontiere e la fatica necessaria per attraversare quasi tutta l’Europa.

3. Come avveniva il viaggio dall’Italia alla Romania nei primi anni Duemila?

Nel 2001 affrontammo il viaggio in pullman e impiegammo circa trentasei ore. L’anno successivo partimmo invece con la nostra Renault 19 Chamade. Non avevamo navigatori satellitari: preparai il percorso utilizzando una cartina dell’Europa e un foglio sul quale annotai città, distanze, frontiere, distributori e possibili luoghi di sosta. Tra andata, ritorno e spostamenti durante le ferie arrivavamo a percorrere quasi cinquemila chilometri in appena due settimane.

4. Come cambia la vita familiare dopo il ricongiungimento in Italia?

Nel nostro caso il cambiamento più importante fu poter finalmente prendere le decisioni pensando alla famiglia e non più soltanto alla necessità di lavorare. Mirela aveva trovato un'occupazione stabile, Alex frequentava felicemente la scuola e io dovetti persino rinunciare alla possibilità di seguire il mio datore di lavoro a Vercelli. Se fossi stato ancora solo, probabilmente sarei partito. Con una moglie e un figlio, invece, la priorità era diventata proteggere la stabilità che avevamo conquistato insieme.

5. Quali difficoltà può incontrare una famiglia emigrata nel costruire una nuova vita in Italia?

Avere i documenti in regola non significa che tutte le difficoltà siano finite. Quando lasciai il lavoro con Guido perdemmo anche l'alloggio e dovemmo trovare una nuova casa. Io tornai inoltre a confrontarmi con il lavoro precario, passando attraverso agenzie interinali, contratti temporanei e, quando necessario, anche lavori in nero. Nel frattempo c'erano un affitto, le bollette e tutte le normali spese di una famiglia. La stabilità fu quindi una conquista graduale, costruita un passo alla volta.

6. Quanto sono importanti le amicizie e la comunità per l’integrazione degli emigrati?

Per noi furono fondamentali. A Terno d’Isola cominciammo poco alla volta a sentirci parte della comunità grazie alle persone conosciute negli anni. L’integrazione non dipende soltanto da un permesso di soggiorno o da un contratto di lavoro: significa anche essere riconosciuti, avere amici, partecipare alle feste, condividere problemi e momenti felici. Quando qualcuno ti chiama per nome e nota la tua assenza, smetti lentamente di sentirti soltanto uno straniero arrivato da lontano.

7. Quando un emigrato capisce che il Paese d’arrivo è diventato una seconda casa?

Non credo esista un momento preciso. Per noi accadde lentamente. Pensavamo di lavorare ancora qualche anno in Italia e poi tornare definitivamente in Romania, ma Alex cresceva, aveva i suoi amici e considerava sempre più l’Italia il proprio Paese. Anche noi avevamo costruito relazioni, lavoro e una quotidianità. Alla fine comprendemmo che l’emigrazione non significa necessariamente sostituire una patria con un’altra: si può arrivare a vivere fra due case, due Paesi e due appartenenze, scoprendo che entrambi fanno ormai parte della propria storia.

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