Ci sono partenze che appartengono alla geografia e partenze che appartengono alla ferita. Quelle degli anni successivi, dopo la regolarizzazione, sarebbero state viaggi normali, faticosi forse, ma non più avvolti dalla paura. Le prime partenze verso l’Occidente, invece, avevano un altro peso. Erano partenze clandestine, sospese tra speranza e umiliazione, tra necessità e solitudine.
Negli anni Novanta, lavorare in nero in Italia significava accettare una vita fatta di incertezze, controlli alle frontiere, sacrifici continui e lunghi periodi lontano dalla famiglia. Non si sapeva quando si sarebbe tornati, né se il prezzo pagato avrebbe davvero aperto una strada verso un futuro migliore.
Ogni viaggio era una scommessa contro il destino. Si partiva con una valigia, qualche risparmio e molti sogni, ma senza alcuna garanzia. E proprio così iniziò anche quella nuova partenza che avrebbe cambiato per sempre il corso della mia vita.
Lasciare la famiglia per inseguire una speranza
Tra tutte, la ripartenza del maggio 1996 rimase una delle più dolorose. Mio figlio Alex aveva da poco compiuto due anni. Stava crescendo, imparava parole e gesti nuovi, e ogni giorno accanto a lui sembrava un dono che il destino mi concedeva solo per strapparmelo subito dopo. Lasciare lui e Mirela significava rinunciare a una parte viva di me stesso. Eppure dovevo partire, perché senza documenti, senza permesso di soggiorno, senza un lavoro regolare, il futuro della nostra famiglia restava prigioniero dell’incertezza.
Alla stazione, quando il pullman stava per partire e vidi mia moglie e mio figlio sul marciapiede, sentii tutto il peso di quella scelta. Gli abbracci furono lunghi, bagnati di lacrime e di promesse. Poi la porta si chiuse, il motore si accese e cominciò il viaggio. Per molte ore non parlai. Ero addolorato, ma anche arrabbiato con la sorte e con quel mondo che costringeva tanti uomini a lasciare la propria casa per cercare altrove una dignità.
Sul pullman incontrai un vicino di casa dei miei suoceri. Anche lui tornava in Italia, verso un lavoro nel Nord. La sua presenza rese il viaggio meno pesante. Parlammo delle nostre esperienze, dei progetti, delle paure, ma a ogni frontiera il silenzio tornava a imporsi. Dovevamo sembrare turisti, anche se tutti sapevano che eravamo emigranti diretti verso il lavoro nero. Salvare le apparenze faceva parte del viaggio quanto il passaporto e la valigia.
Attraversare le frontiere da emigrante clandestino
Superata l’Ungheria, l’Austria ci diede per qualche ora l’illusione della normalità. Avevamo un visto di transito valido tre giorni. Ma avvicinandoci al confine di Villach-Tarvisio, la tensione crebbe. L’autista e la guida ci raccomandarono prudenza, ordine, compostezza. Il pullman fu sistemato con cura. Nessuno parlava più. Si sentivano soltanto il motore e le gomme sull’asfalto.
I controlli all’uscita dall’Austria passarono senza problemi; quelli all’ingresso in Italia furono più severi. L’attesa sembrò interminabile. Quando finalmente la guida risalì con i passaporti e il pullman ripartì, nessuno osò ancora esultare. Solo alcuni chilometri dopo, davanti al cartello “Italia”, il silenzio esplose in un grido collettivo: ce l’avevamo fatta anche quella volta.
A Milano scesi con il mio compagno di viaggio, vicino alla Stazione Centrale. Quel luogo risvegliò ricordi duri: quattro anni prima, appena arrivato in Italia, avevo dormito nelle carrozze ferme sui binari, trasformando la stazione in rifugio e dormitorio. Ora ero di nuovo lì, ma con un obiettivo più chiaro. Cercammo un treno per Voghera, l’ultimo della sera. Da lì le nostre strade si sarebbero divise.

Telefonai in Romania per rassicurare la famiglia e poi al mio datore di lavoro di Tortona, che mi promise di aspettarmi la mattina seguente alla stazione.
A Voghera arrivammo tardi. Passammo la notte nascosti in un piccolo locale dei ferrovieri, tra i binari, senza dormire, aspettando l’alba. Alle cinque e trenta presi il treno per Tortona. Dopo quindici minuti ero arrivato.
Il ritorno a Tortona e la delusione della sanatoria perduta
Il mio datore di lavoro mi aspettava con il furgoncino. Andammo subito ad aprire l’attività. Così cominciò il mio secondo periodo di lavoro a Tortona. Mi riambientai rapidamente. Tornarono le abitudini, le cene con la sua famiglia e i suoi amici, le giornate di lavoro, le serate sotto la tettoia. Ma dentro di me restava aperta la ferita della sanatoria perduta.
Avevo capito, attraverso amici comuni, che il mio datore di lavoro era stato informato per tempo della sanatoria e mi aveva consigliato di tornare in Romania perché non voleva regolarizzarmi. Non per ostilità personale, ma perché non avrebbe regolarizzato nessuno. Gli feci capire che il mio obiettivo restava ottenere un permesso di soggiorno. Avrei lavorato ancora in nero, se necessario, ma non volevo rimanere per sempre senza diritti.

Durante l’autunno del 1996, il mio datore e sua moglie maturarono il desiderio di conoscere la mia famiglia. Avevo raccontato loro la Romania, le tradizioni natalizie, la vita della mia casa. Poiché io non volevo rischiare di uscire dall’Italia per le feste, proposi che fossero loro ad andare. Così, a Natale, partirono in quattro: il mio datore di lavoro, sua moglie e una coppia di amici. Visitarono alcune città rumene e andarono anche dai miei suoceri, dove conobbero Mirela, Alex e la mia famiglia.
Un Natale lontano dalla famiglia
Così accadde una situazione quasi paradossale, una di quelle contraddizioni che l’emigrazione sa creare con crudele naturalezza. Io rimasi in Italia a gestire l’attività. Proprio durante la loro assenza arrivò una bufera di neve. La strada fu bloccata e doveva arrivare un camion carico di mangime e bancali. Con l’aiuto del cognato del mio datore riuscimmo a trasportare tutto fino al magazzino, con una fatica enorme. Al ritorno, il mio datore fu contento di trovare tutto in ordine.
Mi mostrò poi le fotografie scattate in Romania. Rivedere mio figlio, mia moglie e i miei suoceri mi riempì di gioia, ma anche di rabbia e malinconia. Quelle immagini raccontavano una festa alla quale avrei dovuto partecipare anch’io. Avrei dovuto essere lì ad abbracciare Alex e Mirela.

Invece ero lontano, ancora una volta, perché anche quel dolore faceva parte del prezzo da pagare per inseguire la regolarizzazione.
La ricerca di una via per regolarizzare la mia posizione
Nei primi mesi del 1997 ripresi a cercare una soluzione. Il mio datore fu sincero: anche con una nuova sanatoria non mi avrebbe assunto. Potevo restare a lavorare in nero quanto volevo, ma non mi avrebbe aiutato con i documenti. Gli spiegai che volevo il permesso di soggiorno e poi il ricongiungimento familiare. Avevo bisogno di un altro datore di lavoro, disposto a garantire per me.
Contattai tutti: romeni conosciuti in Italia, amici, parenti, la signora Luisa, le famiglie legate al mio datore di lavoro.
Il tentativo fallito nell’Oltrepò Pavese
Verso marzo provai una possibilità a Rocca de’ Giorgi, nell’Oltrepò Pavese. La signora Luisa mi accolse a Casteggio e mi accompagnò il giorno dopo. Il paesaggio era bellissimo, fatto di colline e vigneti, ma capii presto che anche lì non avrei avuto una vera prospettiva di regolarizzazione.

Il lavoro era più piccolo, meno pagato, e il possibile datore appariva incerto. La mattina seguente rifiutai e tornai a Tortona.
L’incontro che cambiò il mio destino
Poche settimane dopo, verso la fine di aprile, arrivò finalmente una notizia diversa. Il mio datore di lavoro, rientrato da una fiera, mi parlò di un suo conoscente di Bergamo. Cercava una persona di fiducia, capace di occuparsi di una proprietà e di vari lavori: meccanica, manutenzione, saldatura, giardinaggio, custodia. Soprattutto, era disposto ad aiutarmi a mettermi in regola alla prossima sanatoria.
Guido e la svolta che aspettavo da cinque anni
L’uomo si chiamava Guido. Prima telefonò, poi venne a conoscermi di persona a Tortona. Mi fece subito una buona impressione: educato, serio, sorridente. Visitò l’attività, parlò con il mio datore e poi con me. La proposta era chiara: una proprietà a circa quindici chilometri da Bergamo, vitto e alloggio, paga migliore e la possibilità concreta di un futuro legale.
Accettai.
Preparai le borse, rinunciando a molte cose inutili, come accade a chi deve cambiare vita in fretta. Telefonai alla mia famiglia per raccontare la novità. Sentivo che quella svolta poteva essere decisiva per me, per Mirela e per Alex.
Da Tortona a Bergamo: l’inizio di una nuova vita
L’ultimo sabato a Tortona fu organizzata una cena sotto la grande tettoia. C’erano musica, amici, saluti e gratitudine. Dopo quasi tre anni, quelle persone mi consideravano ormai parte della loro famiglia. Le ringraziai per tutto. Pochi giorni dopo Guido arrivò con una Renault Espace blu scuro. Caricai i bagagli, salutai il mio ormai ex datore di lavoro e partii verso Bergamo. L’autostrada correva veloce davanti a noi. Con quella velocità cominciava un’altra tappa della mia vita, destinata a diventare fondamentale per il mio futuro e per quello della mia famiglia.








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