Vita da clandestino a Roma negli anni ’90

Il racconto vero di un emigrante romeno nella periferia romana del 1994, tra materassi nascosti, lavori saltuari e speranza.

8 min di lettura

Fare pace con il cambiamento

Accettare. Lasciare andare, ricominciare

Ho scritto questo libro dopo una frattura silenziosa: quando ho perso lavoro, certezze, identità. Non offro risposte, ma cammino con te. Perché lasciare andare non è arrendersi, e ricominciare è scegliere, ogni giorno, di esserci ancora. Anche senza sapere dove si sta andando.

All’inizio di novembre del 1994 lasciai Roma con la sensazione di chi abbandona una vita precaria ma ormai diventata parte di sé. Ripensando oggi a quella vita da clandestino a Roma negli anni ’90, mi accorgo di quanto quella città immensa, rumorosa e contraddittoria fosse riuscita lentamente a entrarmi dentro. Avevo imparato a conoscerne non soltanto la bellezza monumentale — il Colosseo, il Pantheon, la Città del Vaticano e la Basilica di San Pietro, le piazze immerse in una luce quasi teatrale — ma anche la sua periferia più nascosta e fragile, fatta di autobus interminabili, appartamenti sovraffollati, lavori occasionali e giornate trascorse lungo il Raccordo Anulare aspettando che qualcuno si fermasse per offrire qualche ora di fatica pagata in contanti.

Arrivare a Roma senza certezze

La mia esperienza romana era iniziata quasi per caso, seguendo indirizzi scritti a mano e consigli tramandati da parenti e conoscenti, come accadeva allora tra gli emigranti romeni appena arrivati in Italia. A Roma ero arrivato dopo aver lasciato Tortona, affrontando un lungo viaggio in treno passato ancora una volta dalla Stazione Centrale di Milano, con la speranza ostinata di trovare un’opportunità di lavoro, pur continuando a mantenermi in contatto telefonico con mio cugino e con il suo datore di lavoro. Bastava un numero di telefono appuntato su un foglietto spiegazzato, il nome di un quartiere o un punto di ritrovo davanti a una stazione per costruire una nuova possibilità di sopravvivenza. E, guardando oggi quel periodo da lontano, mi rendo conto di quanto un semplice gesto di benevolenza — un invito turistico, una mano tesa al momento giusto — possa cambiare non soltanto la vita di una persona, ma il destino intero di una famiglia. Così ero arrivato a Massimina, una periferia in espansione oltre il Grande Raccordo Anulare, dove centinaia di clandestini vivevano in appartamenti affittati in nero, dividendosi spese, materassi e speranze.

Massimina: la periferia dei clandestini

In quelle piccole palazzine abitavano gruppi di giovani provenienti quasi tutti dalla Romania. Alcuni arrivavano persino dalla mia stessa città, anche se appartenevano a una generazione più giovane della mia. Vivevano stipati in stanze minuscole, organizzando ogni dettaglio della sopravvivenza con una precisione quasi militare: affitto, bollette, spesa comune, turni per cucinare. Tutto veniva condiviso perché nessuno avrebbe potuto farcela da solo.

Dormire in macchina e nascondere il materasso

Per la mia prima notte non c’era nemmeno spazio dentro casa.

Due emigranti romeni dormono nel portabagagli di un’auto nella periferia romana durante la vita da clandestino a Roma negli anni ’90.
La prima notte a Roma trascorsa nel portabagagli di un’automobile, simbolo della precarietà vissuta dagli emigranti clandestini negli anni ’90.

Io e il ragazzo che mi aveva accolto dormimmo nel portabagagli di un’automobile parcheggiata nel cortile, utilizzando le borse da viaggio come cuscini e coprendoci con vecchie coperte. Non era una scena eccezionale: era semplicemente una delle tante forme di adattamento alle quali l’emigrazione clandestina costringeva migliaia di persone.

Successivamente riuscimmo a procurarci un materasso matrimoniale che sistemammo nel corridoio stretto dell’appartamento. Ogni sera lo trascinavamo dentro per dormire, ogni mattina alle cinque lo nascondevamo di nuovo nel cortile per evitare i controlli dei proprietari. Bastava essere scoperti per perdere tutto. In passato, raccontavano gli altri ragazzi, alcuni materassi trovati “abusivamente” erano stati addirittura bruciati nel cortile come avvertimento.

Le mattine sul Raccordo Anulare in cerca di lavoro

Quelle giornate scorrevano secondo ritmi durissimi. Alle prime luci dell’alba ci si incamminava verso il Raccordo Anulare, aspettando insieme ad altri clandestini che qualche imprenditore o privato si fermasse a scegliere manodopera per la giornata. Chi era già conosciuto trovava più facilmente lavoro; i nuovi arrivati, come me, restavano spesso ore ad aspettare inutilmente.

Immigrati in attesa di lavoro lungo il Grande Raccordo Anulare durante la vita da clandestino a Roma negli anni ’90.
All’alba, lungo il Grande Raccordo Anulare di Roma, decine di immigrati aspettavano un’occasione di lavoro giornaliero.

Quando nessuno mi prendeva a lavorare non potevo nemmeno tornare nell’appartamento di Massimina. I controlli dei proprietari erano frequenti. Così trascorrevo intere giornate a Roma, camminando senza meta precisa, cercando magari una mensa della Caritas o semplicemente visitando la città. Paradossalmente furono proprio quei giorni difficili a permettermi di conoscere Roma più profondamente. Camminando senza soldi ma con molto tempo a disposizione vidi il Vaticano, la Basilica di San Pietro, il Pantheon, il Colosseo, le grandi piazze e i quartieri popolari. La città sembrava rivelarsi lentamente a chi aveva la pazienza di attraversarla a piedi.

La solidarietà della Caritas e della Comunità di Sant’Egidio

In quel periodo scoprii anche la rete silenziosa di solidarietà costruita dalla Caritas e dalla Comunità di Sant’Egidio. Ottenni una tessera che permetteva agli immigrati di usufruire di mense, docce e distribuzione di vestiti. La usai poco, perché Massimina era lontanissima dal centro e, quando riuscivi a lavorare, perdere ore negli spostamenti diventava impossibile. Tuttavia sapere che esistevano luoghi del genere dava una sensazione di umanità in mezzo alla precarietà.

Volantinaggio, pulizie e lavori di sopravvivenza

Dopo molti tentativi falliti trovai finalmente qualche piccolo lavoro. Iniziai con il volantinaggio. Ogni mattina prendevo un enorme sacco pieno di volantini pubblicitari e percorrevo decine di chilometri a piedi attraverso quartieri che non conoscevo. Lasciavo migliaia di fogli nelle cassette postali di condomini, negozi e villette. Guadagnavo 50.000 lire al giorno e, nonostante la fatica immensa, ero felice: bastavano pochi giorni di lavoro per pagare l’affitto del mese.

Durante quelle interminabili camminate continuavo a chiedere ovunque se cercassero personale. In questo modo trovai anche un piccolo lavoro extra facendo pulizie in un ristorante durante la pausa pranzo.

Emigrante romeno seduto sulle scale di un ristorante durante la vita da clandestino a Roma negli anni ’90.
Dopo le pulizie al ristorante, una pausa veloce sulle scale tra fatica, silenzio e dignità nella Roma del 1994.

Guadagnavo altre dieci o quindicimila lire. Mangiavo velocemente un panino seduto sui gradini di qualche edificio e poi riprendevo il mio giro fino a sera. Tornavo a Massimina stanchissimo, crollando addormentato sul materasso nascosto nel corridoio.

Il duro lavoro nei giardini di Roma

Quando anche il volantinaggio finì, accettai un altro lavoro ancora più duro: il giardinaggio. Con una piccola impresa romana lavorai in quartieri eleganti della capitale, piantando alberi, sistemando aiuole, tagliando l’erba e potando pini giganteschi lungo le strade romane. Ricordo ancora quei camion con le piattaforme elevatrici, i rami trascinati di corsa sull’asfalto, il rumore continuo delle motoseghe, i vigili urbani che controllavano il traffico bloccato temporaneamente.

Erano lavori massacranti ma organizzati con una serietà che oggi quasi sorprende. Per potare un albero servivano autorizzazioni comunali e mesi di attesa. Roma proteggeva ancora i suoi pini storici, simboli silenziosi della città.

Lavorammo anche nei giardini di una grande clinica privata. Fu lì che raccolsi direttamente dall’albero il mio primo mandarino maturo.

Emigrante romeno raccoglie un mandarino durante il lavoro nei giardini nella vita da clandestino a Roma negli anni ’90.
Durante i lavori di giardinaggio a Roma, un semplice mandarino raccolto dall’albero diventò un piccolo momento di felicità.

Un gesto semplicissimo, quasi insignificante forse per altri, ma che per me rappresentò una piccola gioia inattesa in un periodo durissimo della vita.

Nostalgia, telefonate e lontananza dalla famiglia

Nonostante i lavori occasionali, dentro di me cresceva però un’altra esigenza: volevo stabilità. Non desideravo continuare a vivere in un corridoio, nascondendo ogni mattina il materasso per paura di essere scoperto. Cercavo qualcosa che mi permettesse di costruire davvero un futuro per me e per la mia famiglia rimasta in Romania.

Continuavo quindi a telefonare regolarmente a casa, ascoltando attraverso la voce di mia moglie i progressi di mio figlio Alex, che cresceva senza di me. Ogni nuova parola, ogni piccolo gesto del bambino mi arrivava soltanto attraverso i racconti degli altri. Era forse questo il dolore più grande dell’emigrazione: sapere che il tempo più prezioso della vita familiare stava passando lontano da me.

Mantenevo i contatti anche con la signora Luisa a Casteggio e soprattutto con Tortona, dove lavorava mio cugino presso un piccolo imprenditore. Speravo sempre che da lì potesse arrivare una possibilità migliore.

E alla fine arrivò davvero.

La telefonata che cambiò tutto

Un giorno, telefonando come facevo abitualmente, scoprii che mio cugino aveva lasciato quel lavoro. Molto tempo dopo avrei saputo che era emigrato negli Stati Uniti, dove si sarebbe stabilito definitivamente. Ma la vera sorpresa arrivò subito dopo: il suo ex datore di lavoro mi chiese se fossi disposto a tornare a Tortona per sostituirlo.

Accettai immediatamente.

Quella proposta rappresentava tutto ciò che stavo cercando da mesi: un lavoro continuativo, un alloggio stabile, la possibilità di smettere finalmente di vivere nell’incertezza quotidiana. Ero stanco di dipendere dagli altri, stanco delle giornate senza prospettive, stanco delle continue ripartenze.

Preparai subito il bagaglio. Salutai i ragazzi di Massimina, ringraziai l’amico che mi aveva aiutato e nel giro di poche ore mi ritrovai ancora una volta alla Stazione Termini, pronto a salire su un altro treno diretto verso il Nord.

Telefonai immediatamente a mia moglie per darle la notizia. Ricordo ancora la felicità nella sua voce, quel sollievo improvviso che attraversava la distanza e arrivava fino a me.

Così si concludeva la mia parentesi romana: una stagione fatta di precarietà, solidarietà improvvisata, lavori massacranti e continua ricerca di dignità. Un periodo durissimo, ma anche profondamente umano, che mi insegnò quanto fragile possa essere la vita dell’emigrante e quanta forza nascosta possano trovare le persone quando non hanno altra scelta che continuare ad andare avanti.

Domande frequenti

1. Perché molti romeni emigravano in Italia negli anni ’90?

Negli anni ’90 molti romeni lasciavano la Romania a causa della grave crisi economica seguita alla caduta del comunismo. La chiusura delle fabbriche, la disoccupazione e l’incertezza spinsero migliaia di persone a cercare lavoro in Italia, spesso accettando condizioni difficili e vivendo da clandestini.

2. Com’era la vita degli emigranti clandestini in Italia negli anni ’90?

La vita degli emigranti clandestini era estremamente precaria. Molti vivevano in appartamenti sovraffollati, lavoravano in nero nei cantieri, nell’agricoltura o nei servizi, e cercavano di sopravvivere condividendo spese e alloggi con altri connazionali.

3. Perché separarsi dalla famiglia per lavorare in Italia era così comune?

Molti padri di famiglia partivano da soli perché non avevano la possibilità economica o legale di trasferire subito tutta la famiglia. L’obiettivo era trovare un lavoro stabile, guadagnare denaro e creare condizioni migliori per moglie e figli rimasti in Romania.

4. Quali difficoltà incontravano i romeni appena arrivati in Italia?

Le principali difficoltà erano trovare lavoro, un posto dove dormire e persone fidate disposte ad aiutare. Inoltre, senza permesso di soggiorno era quasi impossibile ottenere un contratto regolare, e questo costringeva molti emigranti ad accettare lavori in nero.

5. Com’erano i rapporti tra emigranti romeni in Italia negli anni ’90?

Tra emigranti esisteva spesso solidarietà, ma anche paura e diffidenza. Molti dividevano appartamenti e spese per sopravvivere, però la precarietà e la clandestinità rendevano fragili anche le amicizie e gli aiuti reciproci.

6. Quali lavori facevano gli emigranti romeni in Italia negli anni ’90?

Gli emigranti romeni svolgevano soprattutto lavori manuali: edilizia, agricoltura, giardinaggio, pulizie, volantinaggio e piccoli lavori occasionali. Erano impieghi faticosi e spesso mal pagati, ma rappresentavano l’unica possibilità per mantenere le famiglie rimaste in Romania.

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