C’è, in ogni ritorno, qualcosa che non riguarda soltanto lo spazio percorso, ma il tempo attraversato, le trasformazioni invisibili che si sono depositate dentro di noi mentre eravamo altrove. Il mio ritorno in Romania dopo l’emigrazione non fu semplicemente un viaggio da un luogo all’altro, ma una lenta ricomposizione di ciò che ero stato e di ciò che, senza accorgermene, ero diventato. Dopo un anno e cinque mesi trascorsi in Italia, lavorando nel circo, quel tragitto assunse il senso di una soglia: non solo geografica, ma interiore.
Ogni chilometro sembrava interrogarmi, come se la strada stessa custodisse domande rimaste in sospeso, e il viaggio diventava così un attraversamento profondo, quasi iniziatico, in cui il ritorno non coincideva più soltanto con l’arrivo, ma con il difficile riconoscersi, ancora una volta, dentro la propria storia.
La vita nel circo e la separazione da mia moglie
Quell’esperienza nel circo era iniziata poco dopo il mio arrivo in Italia, in un momento in cui la vita si presentava come una sequenza di tentativi e di adattamenti. Era stata dura, spesso precaria, ma anche formativa: una scuola di resistenza e di pazienza. In quel tempo avevo conosciuto la fatica, la solitudine, ma anche la solidarietà e la capacità di reinventarsi. Il sacrificio più grande era stato quello della distanza da mia moglie, una lontananza che aveva segnato profondamente quei mesi iniziali.
Il ritorno di Mirela e l’estate più luminosa
Poi, contro ogni previsione, Mirela era riuscita a raggiungermi in Italia dopo otto mesi. Quello fu un momento di svolta. Seguirono cinque mesi intensi, nei quali vivemmo insieme quella vita itinerante, tra città diverse e paesaggi sempre nuovi.

Lavoravamo molto, ma trovavamo anche il tempo per vivere, per riconoscerci, per costruire qualcosa che somigliasse a una normalità, anche se provvisoria. Era l’estate del 1993, e nella memoria è rimasta come una stagione luminosa, sospesa tra fatica e felicità.
Con i risparmi accumulati, Mirela riuscì persino a comprare un appartamento in Romania: una casa che rappresentava non solo un traguardo concreto, ma anche un simbolo di stabilità, una promessa per il futuro. Ma la vera realizzazione era un’altra: aspettavamo un bambino. Quel sogno, coltivato a lungo, stava finalmente prendendo forma, riempiendo di gioia non solo noi, ma anche le nostre famiglie.
Il sogno di una famiglia e la scelta di tornare
Tuttavia, la vita del circo, fatta di continui spostamenti e di precarietà, si rivelò troppo dura per Mirela, soprattutto nelle condizioni delicate della gravidanza. Per proteggere la sua salute e quella del bambino, decidemmo che sarebbe tornata in Romania. Partì da Firenze all’inizio di ottobre, lasciando dietro di sé una stagione breve ma intensa di vita condivisa.
Avevamo stabilito che l’avrei raggiunta a metà dicembre, interrompendo il mio lavoro nel circo per essere accanto a lei negli ultimi mesi di gravidanza e per le festività natalizie. Ma le cose non andarono come previsto. I responsabili del circo non mi pagarono quanto mi spettava. Per settimane cercai di ottenere il saldo, senza successo. Alla fine, dopo aver recuperato solo una parte del denaro, fui costretto a rinunciare e a partire comunque.
La partenza da Napoli e il viaggio verso casa
Mi trovavo allora a Napoli. Da lì iniziò il mio viaggio di ritorno, che decisi di compiere in treno, nonostante le difficoltà. Avevo programmato una tappa a Milano, con una deviazione a Casteggio, per salutare e ringraziare alcune persone che mi avevano aiutato nei primi giorni in Italia. In particolare, sentivo il bisogno di rivedere la signora Luisa, una donna di grande generosità, che aveva facilitato l’arrivo di Mirela tramite un invito ufficiale.
Casteggio: gratitudine, aiuto e una speranza per mia madre
L’incontro a Casteggio fu carico di emozione. Ritrovai volti familiari, luoghi che avevano segnato l’inizio del mio percorso italiano. Raccontai le mie esperienze, le difficoltà, i progetti.

E ricevetti un gesto di solidarietà che non avrei mai dimenticato: una grande borsa piena di medicinali destinati a mia madre, gravemente malata. Erano farmaci difficili da trovare in Romania, raccolti grazie all’aiuto di diverse persone. Quel dono rappresentava per me una speranza concreta, un’urgenza che dava ancora più senso al mio ritorno.
Non sapevo, allora, che mia madre era già morta da un mese.
Un viaggio estenuante tra treni, fatica e solitudine
Ripartii da Milano con sette borse pesanti, cariche non solo di oggetti ma di storie, di legami, di responsabilità. Il viaggio si rivelò subito faticoso. Ogni spostamento, ogni cambio di treno diventava una prova fisica. Dovevo trasportare i bagagli a più riprese, lasciandone alcuni incustoditi mentre recuperavo gli altri, sempre con il timore che potessero essere rubati. Occupavo interi scompartimenti con le mie borse, attirando gli sguardi curiosi degli altri viaggiatori.
Attraversare l’Europa con tutto il peso della vita
Il viaggio verso Vienna durò molte ore, segnato dalla stanchezza e da una crescente impazienza. Alla frontiera non ebbi problemi, nonostante la mia situazione irregolare. Ma la vera difficoltà mi attendeva proprio a Vienna, dove dovetti cambiare stazione: dalla Südbahnhof alla Westbahnhof. Un attraversamento della città che, con quel carico, si trasformò in una vera impresa.
Dovetti utilizzare un carrello, attraversare una piazza enorme facendo avanti e indietro più volte, caricare e scaricare i bagagli, orientarmi senza conoscere la lingua. Anche salire sul tram fu complicato. Eppure, in mezzo a quella fatica, trovai un momento di tregua acquistando un dolce tipico: un piccolo gesto che restituiva per un attimo una normalità perduta.
Arrivato alla Westbahnhof, dovetti attendere diverse ore prima del treno per Budapest. Il tempo sembrava immobile. Rimasi seduto accanto ai miei bagagli, osservato dagli altri come una presenza fuori posto. Mangiavo poco, senza appetito, sempre in uno stato di tensione.

Il viaggio proseguì verso Budapest, dove dovetti affrontare un’altra fase complessa: scaricare i bagagli senza l’aiuto di carrelli e trasportarli lungo i binari con lo stesso metodo faticoso. L’attesa per il treno successivo durò altre ore. Riuscii a telefonare a mia moglie per aggiornarla, chiedendole di organizzarsi per venirmi incontro a Bucarest.
Finalmente partì il treno notturno per la Romania. Era lungo, attrezzato per viaggi di molte ore, ma io viaggiavo in seconda classe, senza comodità. Il percorso durò circa diciotto ore, rallentato anche dai controlli alla frontiera e dalle condizioni delle infrastrutture ferroviarie.
Il ritorno della lingua e delle emozioni
Nel compartimento incontrai altri passeggeri, tra cui una coppia di rumeni. Sentire di nuovo la mia lingua mi colpì profondamente. Era come se una parte di me, rimasta in silenzio per mesi, tornasse improvvisamente a parlare. Anche i cartelli in rumeno, visti alla frontiera, suscitarono in me un’emozione intensa.
L’alba del ritorno e i sentimenti contrastanti
Non dormii per tutta la notte. Guardavo fuori dal finestrino, anche quando non si vedeva nulla. Cercavo nei riflessi, nelle luci, nelle ombre, qualcosa che mi riportasse a casa. All’alba, il paesaggio si fece più leggibile, ma appariva immutato: freddo, nebbioso, segnato solo da qualche luce natalizia residua. Dentro di me convivevano gioia e inquietudine.
Avvicinandomi a Bucarest, l’emozione cresceva. Le carrozze si riempirono di pendolari, di studenti, di lavoratori. Il silenzio della notte lasciò spazio al rumore della vita quotidiana. Tutto parlava di nuovo la mia lingua.
L’arrivo a Bucarest e la verità che non volevo vedere
Quando il treno arrivò alla Gara de Nord, non vidi subito i miei familiari. Attesi che la folla scendesse, poi iniziai a scaricare le mie borse. Fu allora che li vidi avvicinarsi.
E in quel momento compresi.

Erano vestiti di nero. Mio padre e mio suocero avevano la barba lunga, segno di lutto. Mia moglie, con il ventre ormai avanzato, mi abbracciò con una tristezza che contrastava con il sorriso.
La perdita di mia madre: il vero punto di arrivo
Capii immediatamente che qualcosa di irreparabile era accaduto.
Mia madre era morta.
Lo shock fu totale. Come un colpo improvviso, come una ferita che attraversa il corpo e il tempo. Le gambe cedettero, mi lasciai cadere sui bagagli. Non sentivo più le parole, non percepivo più il mondo intorno. In quell’istante, il viaggio — con tutta la sua fatica, la sua lunghezza, le sue difficoltà — perdeva ogni significato.
Sapevo soltanto che nulla sarebbe stato più come prima.
Mi dissero le infermiere che mi aveva aspettato fino all’ultimo, aggrappata alla speranza di rivedermi ancora una volta. Anche nel silenzio dell’ospedale, tra il respiro che si spegneva e il tempo che si assottigliava, il suo ultimo pensiero era stato un ritorno, il mio.
Dovevamo ancora affrontare un altro lungo viaggio per tornare a casa, ma per me non aveva più importanza. A casa non ci sarebbe stata più lei ad aspettarmi.
E questa assenza, più di ogni distanza percorsa, era il vero punto di arrivo del mio viaggio.








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