Ho imparato abbastanza presto che la vita da immigrato rumeno in Italia, come la vita stessa, non procede mai secondo un disegno lineare. Cambia senza chiedere permesso, costringe a rivedere i piani, a rimettere in discussione certezze che sembravano definitive. Nulla resta immobile: cambiano le stagioni, cambia il corpo, cambia la mente. Accettare questo movimento continuo non è una forma di resa, ma una condizione necessaria per restare vivi. È l’unico modo per non rimanere imprigionati in ciò che eravamo, quando il mondo intorno a noi è già diventato altro.
Il circo come rifugio temporaneo
All’inizio del 1993 mi trovavo a Milano con il circo. Dopo mesi di spostamenti continui nel Nord-Ovest dell’Italia, quella lunga sosta mi offrì qualcosa di raro: il tempo. Tempo per riposare, certo, ma soprattutto tempo per pensare. Analizzai con lucidità la mia situazione: il lavoro era precario, mal pagato, instabile. Compresi che non poteva essere una soluzione definitiva, ma soltanto una tappa. L’idea era semplice e insieme faticosa: lavorare ancora qualche mese, inviare denaro a casa, risparmiare il più possibile e, con l’arrivo della primavera, cercare un’altra occupazione.
La precarietà come condizione dell’immigrazione
A rendere sopportabile quella precarietà era il fatto di avere un tetto sopra la testa, pasti caldi, una parvenza di sicurezza quotidiana. Questo mi consentiva di cercare alternative con discrezione. Telefonavo, chiedevo informazioni a chiunque potesse offrire un indizio: alle persone conosciute a Casteggio, ai colleghi del circo, ai parenti e ai conoscenti rimasti in Romania che, nel frattempo, erano emigrati.

Ogni parola, ogni notizia, aveva un peso enorme, perché nasceva da una decisione già presa: migliorare la mia condizione, non restare fermo.
Un patto familiare alla base della mia partenza
Dietro a tutto questo c’era un accordo silenzioso stretto con Mirela, mia moglie, prima della mia partenza nell’agosto del 1992. Avevamo deciso che la separazione sarebbe stata temporanea, fino alla fine del 1993. Doveva essere un sacrificio limitato nel tempo, necessario per colmare il vuoto lasciato dalla perdita del lavoro in Romania, in un periodo segnato da inflazione, incertezza e instabilità. Le valute estere avevano un valore enorme, e ogni lira risparmiata diventava una forma di resistenza contro il futuro incerto.
Risparmiare, rinunciare, resistere
Risparmiavo tutto. Ogni moneta. Cambiavo le lire in dollari e li portavo sempre con me, come una garanzia concreta. Non avevo paura. Ero giovane, stavo bene, mi sentivo forte. Anche se avevo dovuto rinunciare, poco prima di partire, a un’altra parte importante di me: il Karate-Do, vietato prima del 1989 e poi abbandonato a causa di un infortunio e delle urgenze improvvise della vita. Le priorità erano cambiate. Non c’era più spazio per i sogni personali, ma per la responsabilità.
La solitudine nella vita da immigrato rumeno in Italia
Ciò che pesava di più, però, era la solitudine. Vivere lontano da Mirela, dalla famiglia, dagli amici, da tutto ciò che avevo lasciato indietro, era una ferita quotidiana. Ne parlavo spesso con le persone incontrate a Casteggio, in particolare con la signora Luisa e la signora Laura, due donne unite da un forte senso di solidarietà e di volontariato. Fu in quel contesto che prese forma l’idea decisiva: far arrivare Mirela in Italia legalmente, attraverso un invito ufficiale.
Un invito ufficiale come possibilità di futuro
Non era una procedura semplice. Richiedeva garanzie economiche, assicurazioni, documenti, attese lunghe e incerte. La Romania non faceva ancora parte dell’Unione Europea e ogni spostamento era regolato da un rigido sistema di visti. Eppure quell’idea venne accolta con attenzione, discussa, approfondita. Quando la signora Luisa decise di procedere, per me fu una svolta profonda. Le comunicazioni tra Italia e Romania avvenivano senza internet, senza cellulari: solo telefoni fissi e lettere scritte in lingue diverse. Io diventai il tramite, il ponte umano tra due mondi che cercavano di capirsi.
La felicità per questa possibilità superava ogni preoccupazione. Anche se sapevo che le condizioni di vita nel circo non erano ideali, ciò che contava davvero era la prospettiva del ricongiungimento. Mirela venne avvisata di prepararsi. Sapevo che il visto turistico avrebbe avuto una durata limitata, ma avevo già deciso: una volta arrivata, non sarebbe tornata indietro, qualunque fosse il rischio.
Lasciare Milano e allungare le distanze
Nel frattempo il circo riprese a muoversi. Lasciai Milano con un misto di nostalgia e inquietudine.

Da lì Casteggio era facilmente raggiungibile; ora le distanze si allungavano. Le telefonate divennero più frequenti. Non badavo più al costo delle schede telefoniche: quella spesa non era uno spreco, ma una necessità vitale.
Lettere, rimesse e vulnerabilità
Anche l’invio di denaro a casa si rivelò sempre più rischioso. Alcune lettere non arrivarono mai. Compresi che qualcuno, nelle poste rumene, rubava. Da quel momento smisi di usare quel metodo. Ormai la speranza non era più legata alle rimesse, ma all’arrivo di Mirela.
Il viaggio proseguì tra Novara, Vercelli, Casale Monferrato, Alessandria, fino ad Asti. Fu lì che ricevetti la notizia tanto attesa: l’invito depositato in questura a Pavia era stato accettato. Era il primo passo concreto. Mirela avrebbe dovuto presentarsi all’Ambasciata italiana a Bucarest per ottenere il visto. Altre attese, altre procedure, ma il cammino era ormai tracciato.
Durante le ultime tappe del viaggio con il circo mi resi conto che era arrivato il momento di sostituire la televisione della roulotte. Non era nuova nemmeno prima, ma durante uno degli spostamenti tra una città e l’altra, nonostante l’avessi legata con attenzione e protetta con cura, era scivolata sul pavimento. Il colpo subito l’aveva compromessa: continuava a funzionare, ma in modo incostante, con interruzioni improvvise che la rendevano ormai poco affidabile.
Cominciai così a osservare con maggiore attenzione una pratica che avevo già notato in precedenza: lungo i marciapiedi, in determinati giorni, le persone lasciavano ciò che non serviva più. Finché non ne avevo avuto bisogno, non avevo mai raccolto nulla; non aveva senso caricarsi di oggetti ingombranti senza una reale necessità. Ora, invece, quella consuetudine si trasformava in una risorsa concreta.
Trovai una televisione funzionante, abbandonata lungo la strada, e la portai a spalla fino all’accampamento del circo, attraversando le vie della città fino alla mia roulotte.

Fu faticoso, ma indispensabile. In quel gesto c’era, ancora una volta, la capacità di adattarsi alle circostanze e di trovare soluzioni pratiche dentro una quotidianità segnata dalla precarietà.
Scoprire l’Italia dell’abbondanza
In quel periodo, a Torino come in altre città, mi trovai davanti a un’Italia che non avevo mai immaginato. I marciapiedi erano spesso colmi di mobili, elettrodomestici, vestiti lasciati in modo ordinato per essere smaltiti. Oggetti ancora perfettamente utilizzabili. Per me, cresciuto in una società dove nulla si buttava, fu un vero shock culturale. Era il segno evidente di un benessere diffuso, di un’economia in crescita, profondamente lontana dalla Romania da cui provenivo.
Venire da un mondo dove nulla si buttava
Le offerte “4×2” dei supermercati mi sembravano quasi irreali. Comprare quattro prodotti e pagarne due, dopo anni di razionamenti, tessere alimentari e code interminabili, era qualcosa che faticavo a comprendere. Quando raccontavo queste cose alla mia famiglia, spesso non mi credevano. Provenivo da un mondo dove tutto veniva riparato, tramandato, riutilizzato. Dove una televisione non si buttava mai, ma si aggiustava, si portava a riparare a mano, persino su una slitta d’inverno, aspettando poi ventiquattr’ore prima di riaccenderla per evitare la condensa. Ogni oggetto aveva una storia, un valore, una durata che andava oltre l’uso immediato.
Quando la televisione era un bene condiviso
Ricordo un tempo in cui la televisione era un bene raro e condiviso: alla fine degli anni Sessanta i vicini venivano la sera, soprattutto nel fine settimana, per guardare insieme quelle poche ore di programmazione quotidiana. Ci si sedeva dove capitava, i bambini sul tappeto, gli adulti stretti sulle sedie, e bastava poco per essere felici. Era un altro mondo, in cui il valore delle cose e del tempo vissuto insieme aveva un peso diverso.
Preparare una casa provvisoria
Intanto la vita continuava. Tra notti di guardia nel circo, mattine di riposo e pomeriggi trascorsi in città, iniziai a prepararmi concretamente all’arrivo di Mirela. A Torino, approfittando del tempo libero, cercai subito un punto di riferimento per incontrare altri rumeni. Il Parco del Valentino, già noto come luogo di ritrovo delle comunità immigrate, mi permise di entrare in contatto con molti connazionali e di raccogliere informazioni utili.

Non cercavo assistenza alimentare, già garantita dal circo, ma indicazioni sui centri della Caritas dove poter reperire vestiario. Cercai lenzuola, coperte, asciugamani, vestiti. Trasformare la roulotte in una casa, per quanto provvisoria, era un gesto carico di significato. Era il segno che qualcosa stava davvero cambiando.
L’attesa prima del ricongiungimento
Verso la fine di aprile arrivò la conferma definitiva: l’invito era arrivato in Romania, Mirela aveva ottenuto il passaporto, il visto era stato promesso. A maggio venne rilasciato. Il biglietto era acquistato, il lavoro sistemato, tutto era pronto. Informai anche la direzione del circo. Ormai non era più un progetto, ma una realtà imminente.
Tra Pinerolo e Cuneo, dove passammo settimane intense di spettacoli e pubblico numeroso, le telefonate divennero quotidiane. La signora Luisa era informata di ogni dettaglio. Io continuavo a fare da tramite, a chiarire date, orari, passaggi. Negli ultimi giorni a Cuneo arrivò la notizia finale: Mirela sarebbe partita l’indomani. Decidemmo che l’avrei aspettata a Torino. Io ero in viaggio con il circo, lei in viaggio per raggiungermi. Due percorsi separati che finalmente stavano per incontrarsi. In quel momento compresi che la vita da immigrato rumeno in Italia non era stata solo fatta di precarietà e resistenza, ma anche di scelte silenziose, di attese pazienti e di legami tenuti in vita contro ogni distanza. Stava per iniziare una nuova fase della nostra vita, imprevedibile e decisiva. L’incontro, e tutto ciò che ne sarebbe seguito, appartengono a un’altra pagina di questa storia, che continua.








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