C’è un momento, nella vita di ciascuno, in cui ci si trova a camminare lungo una strada che conoscevamo bene, e d’improvviso il paesaggio intorno si dissolve. Non ci sono più le case amiche, non i volti, non i punti di riferimento. Solo una distesa sconosciuta che si allunga all’infinito.
È allora che ci rendiamo conto che non basta più mettere un piede davanti all’altro. Bisogna prima capire chi siamo diventati, e se il viaggio che vogliamo compiere è ancora quello di un tempo.
Ho visto molte volte questo momento. L’ho visto negli occhi di chi, come me, ha attraversato confini non solo geografici, ma interiori. Di chi ha lasciato una terra con l’illusione che altrove il dolore potesse essere meno tagliente. Di chi si è aggrappato a un mestiere, a un’abitudine, a una certezza, e poi ha sentito quelle certezze franare sotto i piedi come sabbia.
Non c’è vergogna nell’essere stanchi, nell’essersi seduti un momento a lato della strada senza sapere da che parte riprendere. La vergogna — se esiste — sarebbe piuttosto nel rifiutare di vedere che la strada stessa è cambiata, e che nessun rimpianto, nessuna nostalgia, può riportarla com'era.
Questo libro nasce da quel punto preciso: il bivio in cui il passato non basta più e il futuro ancora non si mostra.
Fare pace con il cambiamento non significa arrendersi. Non significa accettare tutto con rassegnata apatia, né farsi piacere ogni tempesta. Significa riconoscere che la vita è un fiume che muta il suo corso, che a volte porta via le rive che avevamo costruito con cura, ma che ci invita, sempre, a costruirne di nuove.







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